CHE SCANDALO !  ACCADDE A  ROMA NEL CINQUECENTO

Nel suo Journal du Voyage en Italie, redatto dal Montaigne fra il 1580 ed il 1581, lo scrittore francese di  stanza a Roma rivela una storia infamante che si consumò nel centro della cattolicità in pieno Rinascimento. Nella capitale pontificia, bigotta sì ma che poi tanto irreprensibile non era, viste le licenziosità di cui narrano gli storici e le cronache del tempo, una conventicola di uomini dediti a pratiche omosessuali erano soliti darsi convegno nella bellissima chiesa paleocristiana di San Giovanni a Porta Latina. La chiesa era fuori mano, al riparo cioè da occhi indiscreti, in una zona di Roma spopolata e immersa nel verde delle vigne e delle ville nel quadrante fra le Terme di Caracalla e l’Appia Antica. Ancora oggi via di Porta Latina è una strada poco trafficata, dal sapore suburbano, dove passa soltanto qualche sporadico escursionista solitario.

All’interno dell’appartato e silenzioso edificio di culto, questi giovanotti stravaganti (pare fossero tutti di nazionalità portoghese) si giuravano amore e fedeltà matrimoniale – in anticipo di qualche secolo sui nostri patti di convivenza civile fra coppie dello stesso sesso – e si abbandonavano ad illeciti abbracci contronatura.

E’ credibile che il “fattaccio” di cui narra Montaigne ebbe inizio da una delazione di qualche pruriginoso e zelante guardiano della morale: scovati dalla guardia papalina, colti in flagranza durante un appostamento, gli sventurati furono arrestati il 20 luglio del 1578, rapidamente processati con l’accusa di sodomia ed  infine condannati alla pena capitale. Degli undici imputati solo tre se ne salvarono, mentre otto di loro il 13 agosto di quello stesso anno dovettero affrontare la straziante morte al rogo su pubblica piazza, nella più consolidata tradizione giustizialista di quei tempi. Giordano Bruno docet.

Il religioso che si prestava a celebrare quei riti blasfemi fu assolto per mancanza di prove e ritenuto estraneo ai fatti; presumibilmente per mettere a tacere lo scandalo che poteva coinvolgere l’ambiente ecclesiastico stesso.

Nel diario su cui Michel de Montaigne annotava diligentemente ricordi e impressioni di viaggio, alla data del 18 marzo 1581 il singolare episodio è descritto con pungente ironia.

Di ritorno da San Pietro m’imbattei in un tale che gentilmente mi pose al corrente di due fccende: che i portoghesi facevano l’obbedienza la settimana della Passione; e che in quel giorno la chiesa prescelta era San Giovanni Porta Latina, nella quale non molti anni addietro alcuni portoghesi s’erano riuniti in una curiosa confraternita, e durante la messa si sposavano uomini con uomini, attenendosi alle stesse cerimonie che usiamo noi per le nozze: si comunicavano insieme, leggevano il medesimo vangelo nuziale e poi dormivano e abitavano assieme. Gli esperti romani asserivano che, siccome l’altra riunione fra maschio e femmina è resa legittima da un’unica circostanza, la celebrazione del matrimonio, era parso a quella brava gente che quest’altro atto sarebbe divenuto del pari legittimo qualora si fosse ricorso ai riti e ai sacramenti della Chiesa. Otto o nove portoghesi di quella bella confraternita finirono bruciati.

M. de Montaigne, Giornale di viaggio in Italia, traduzione di E. Camesasca, Rizzoli, Milano 1956, p. 176

Così il testo originale francese:

Je rancontrai au retour de Saint Pierre un home qui m’avisa plesammant de deus choses : que les Portuguais faisoint leur obédiance la semmene de la Passion, & puis que ce mesme jour la station estoit a Saint Jean Porta Latina, en laquelle Eglise certains Portuguais, quelques années y a, étoint antrés en une étrange confrerie. Ils s’espousoint masle à masle à la messe, aveq mesmes serimonies que nous faisons nos mariages, faisoint leur pasques ensamble, lisoint ce mesme évangile des noces, & puis couchoint & habitoint ensamble. Les esperis romeins disoint que, parce qu’en l’autre conjonction de masle & femelle, cete sule circonstance la rand legitime, que ce soit en mariage, il avoit samblé à ces fines jans que cet’autre action deviendroit pareillemant juste qui l’auroit authorisée de serimonies & misteres de l’Eglise. Il fut brûlé huit ou neuf Portuguais de cete bele secte.

M. de Montaigne, Journal de Voyage en Italie, Gallimard, Paris 1983, p. 221

Se per il viaggiatore d’Oltralpe i personaggi questa triste pagina sono un amena, eccentrica brigata dagli inusuali costumi, l’illustre saggista non sembra impietosito più di tanto dall’atrocità della loro tragica fine. La ricostruzione storica di quel processo lascia invece intendere la durezza degli interrogatori, l’umiliazione del pubblico dileggio, l’essere trattati alla stregua di pericolosi criminali. E su tutto la sorte infamante di essere dati alle fiamme: destino cui era votato chiunque trasgredisse l’ordine costituito o turbasse il conformismo di facciata, sia che si trattasse di uno spirito ribelle, di un libero pensatore accusato di eresia  o di un occultista tacciato di stregoneria, di fatto equiparati ai più turpi criminali e feroci assassini.

RS1

L’intellettuale francese –  e con lui la società del suo tempo – sembra accettare la pena come un fatto ordinario, perché le “fiamme dell’inferno” sono conseguenza inevitabile in situazioni come questa. Il fatto poi che tutto avvenga coram populo – per intimorire in modo esemplare la cittadinanza affinché nessuno sia tentato di uscire dai binari del codice comportamentale dominante imposto dalle istituzioni – pare quasi non suscitare indignazione o riprovazione, in una sorta di indifferente assuefazione all’evento.

CHIESA DI SAN GIOVANNI A PORTA LATINA

Ma andiamolo a visitare questo gioiello di architettura medioevale, mirabile per asciuttezza e linearità della composizione, e soprattutto notevole per la pregevolezza dei marmi di recupero utilizzati. Sembra si tratti di materiale proveniente da un antico tempio di Diana che doveva sorgere nei pressi. L’area in cui è ubicata la chiesa di San Giovanni si trova infatti nel cuneo sud-orientale della pianta urbana di Roma cinta dalle Mura Aureliane. Vi si accede dalla Porta Latina (FIGG. 1,2), nella forma riadattata risalente al tempo dell’imperatore Onorio.

FIG. 1

FIG. 1 – Porta Latina. Sullo sfondo tempietto di S. Giovanni in Oleo

FIG. 2

FIG. 2 – Porta Latina inquadrata dall’interno delle Mura

Origini storiche e leggendarie della chiesa sono raccolte in un raro e antico libro di Giovanni Mario Crescimbeni del 1716, L’istoria della chiesa di S. Giovanni avanti Porta Latina di Roma (si veda in particolare il libro secondo, pp. 60-91), arricchito da alcune stampe a corredo (FIGG. 3,4,5).

fig. 3

fig. 4

fig. 5

FIGG. 3, 4, 5 – Illustrazioni da Crescimbeni, 1716 (scorcio, prospetto, planimetria)

La pia tradizione risalente a Tertulliano vuole infatti che l’Evangelista qui subì il martirio per immersione nell’olio bollente ai tempi delle persecuzioni di Domiziano. Miracolosamente scampato al supplizio, fu da Roma esiliato a Patmos. Un tempietto circolare all’imbocco della via Latina – noto come Oratorio di San Giovanni in Oleo, appunto – ricorda il luogo e il modo in cui si tentò di martirizzare  il Santo. L’attuale costruzione è un rifacimento cinquecentesco, perché quella originale era ormai semidistrutta. Poiché il nome di San Giovanni è legato alla città di Efeso dove soggiornò a lungo, e poiché la dea protettrice di quella polis della Ionia era Artemide, cioè Diana, si è così fantasticato che qui dovesse esserci un santuario romano dedicato a quella stessa divinità. Non si hanno però riscontri topografici od archeologici di supporto.

La basilica paleocristiana, costruita in onore dell’Apostolo, crebbe a partire dalla fine del V secolo ma l’impianto nelle cui forme ci è pervenuta è quello del 772, rimaneggiato nel 1192. I restauri alla metà del secolo scorso (1940-41) hanno restituito alla chiesa il suo mistico aspetto medioevale, con l’elegante portico liberato dalle tamponature ottocentesche, e con l’elegante e snello campanile romanico del XII secolo che svetta alla sua sinistra con i suoi sei piani a trifore (FIGG. 6,7,8).

fig. 6

FIG. 6 –  facciata della chiesa oggi

fig. 7

FIG. 7 – La chiesa prima dei restauri con le tamponature dell’Ottocento

fig. 8

FIG. 8 – il portico restaurato

Delle colonne del portico, due sono in granito (grigio e rosato), una liscia in marmo caristio l’altra scanalata in pentelico (FIG. 9). Poiché sono elementi di riuso,  si noterà come le colonne, oltre ad essere di diversa dimensione e natura,  siano state tagliate per avere la medesima altezza. Anche i plinti di base delle colonne sono tutti differenti tra di loro (FIG. 10).

fig. 9

FIG. 9 – colonna in granito di Siene, colonna scanalata in marmo pentelico

fig. 10

FIG. 10 – particolare delle basi delle colonne del portico

All’interno, la navata centrale è scandita (FIGG. 11,12,13) da colonne in granito grigio del foro, in cipollino bigio, in pavonazzetto di Frigia (queste ultime scanalate); tutte con capitello ionico. Proprio il capitello ionico può aver fatto ipotizzare la provenienza da un tempio dedicato alla dea efesina.

fig. 11

FIG. 11 – Interno, colonna scanalata in pavonazzetto 

fig. 12

FIG. 12 – L’interno, inquadratura verso l’entrata

fig. 13

FIG. 13 – L’interno, inquadratura verso il tetto a capriate

Il pavimento della parte absidata, attorno all’altare è ad opus sectile, ricavato con marmi policromi antichi: porfido rosso, serpentino verde, giallo antico, pavonazzetto. E’ databile alla fase antecedente il XII secolo (FIG. 14).

fig. 14

FIG. 14 – pavimento dell’abside in opus sectile

fig. 15

FIG. 15 – interno della chiesa, la navata centrale

L’interessante ciclo pittorico della nave centrale, con storie dell’Antico e Nuovo Testamento, risale al XII secolo, e coevi sono i simboli degli Evangelisti affrescati sulla fronte dell’arco dell’abside. L’affresco del catino absidale è invece del XVI secolo, realizzato su cartoni del Cavalier d’Arpino. Il tetto è a capriate, lasciate a vista (FIG. 15).

arch. Renato Santoro – 18 giugno 2016

IN COPERTINA:

cop

Frontespizio del Journal de Voyage di Michel de Montaigne, in una edizione del 1774

 

 

 

 

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