Il rito caprese dei 33 gradini

“…poi, prima di andarsene, mi domandò se avessi comprato la casa già fatta, o se l’avessi disegnata e costruita io. Gli risposi – e non era vero – che avevo comprato la casa già fatta. E con un ampio gesto della mano, indicandogli la parete a picco di Matromania, i tre scogli giganteschi dei Faraglioni, la penisola di Sorrento, le isole delle Sirene, le lontananze azzurre della costiera di Amalfi, e il remoto bagliore dorato della riva di Pesto, gli dissi: «Io ho disegnato il paesaggio».[1]

Così Malaparte, con uno studiato ed efficace artificio letterario – nel suo romanzo più famoso – presenta al generale Rommel (che gli fa visita a Capri) la sua casa di punta Massullo.

E’ una provocazione. Ma, oltre che provocatorio, il maledetto toscano è, di sicuro, anche irriconoscente nei confronti dell’architetto Adalberto Libera, al quale, in questo modo, della sua splendida residenza caprese disconosce anche la paternità putativa (quella burocratica, più fastidiosa, delle licenze edilizie, dei contatti con gli uffici tecnici e quelli con la soprintendenza per la tutela ambientale). Almeno, quella paternità, un minimo di grata citazione l’avrebbe meritato.

I rapporti di amicizia con il potente Bottai[2] furono, sicuramente, indispensabili per l’ottenimento dei permessi ministeriali. L’isola del golfo napoletano, ambita meta dell’elite mondana e culturale di mezza Europa, ma anche dell’aristocrazia fascista[3], era strettamente sottoposta a  vincoli paesaggistici, sicché le nuove costruzioni erano autorizzate dopo attento e rigoroso vaglio amministrativo. Avere dalla propria parte la voce  benevola del ministro e – nientemeno – presidente della commissione esaminatrice, era sicuramente un privilegio che andava sfruttato[4]. Nel medesimo periodo, siamo nel 1938,  l’architetto Libera era impegnato a Roma con la costruzione del Palazzo dei Congressi al quartiere per l’Esposizione Universale [5], un incarico prestigioso che lo aveva avvicinato ai vertici della gerarchia di regime.

LIBERA 1

LIBERA 3

mala

la pelle

Fotogramma dal film La pelle (1981) di L. Cavani

Libera e Malaparte

 E’ il pittore Orfeo Tamburi, il quale collabora con le sue illustrazioni  alla rivista “Prospettive” diretta da Malaparte,  a presentare l’architetto trentino[6] allo scrittore, nel 1937. La redazione cerca curatori per gli articoli di un numero della pubblicazione da dedicare all’architettura moderna e fascista. Quando, da lì a poco, Malaparte comprerà un lotto di terreno a Capri sa già dove cercare un progettista per la casa che là si vuole costruire.

E’ probabile che egli abbia sin d’ora in mente di servirsi del tecnico soltanto per espletare le incombenze d’ufficio. Rivelatore è un suo scritto pubblicato nel 1937, dal significativo titolo “Città come me”, nel quale confida:

Vorrei costruirmela tutta con le mie mani, pietra su pietra, mattone su mattone, la città del mio cuore. Mi farei architetto, muratore, manovale, falegname, stuccatore, tutti i mestieri farei, perché la città fosse mia proprio mia, dalle cantine ai tetti, mia come la vorrei. Una città che mi assomigliasse, che fosse il mio ritratto e insieme la mia biografia.[7]

E continua: “L’intonaco dei muri, le persiane, gli scalini di pietra serena davanti alle porte delle case e delle chiese, i davanzali delle finestre…. vorrei che fossero la parte migliore di me, i lineamenti del mio viso e del mio spirito, gli elementi fondamentali dell’architettura e della storia della mia vita.

Non è il programma di un maestro libero muratore quando auspica che in quella architettura della sua idealità “ciascuno sentisse, vivendoci, di stare dentro di me”?

E questo  è veramente  quanto accade nella Casa Malaparte di  Punta Massullo a Capri, quell’abitazione che nella testata del progetto depositato agli uffici tecnici da Libera è stata,  con strumentale modestia, ridimensionata a “villetta” (per captare la benevolenza delle commissioni esaminatrici),  ma che in un sondaggio promosso da una rivista specialistica è stata votata, dagli addetti ai lavori, come la costruzione privata più amata del Novecento in Italia.[8]

Certo è significativo che l’opera ritenuta più ispirata di Adalberto Libera e che passa comunemente per il suo capolavoro[9],  sia quella che meno gli appartenga stilisticamente. Ed è quella su cui l’architetto ha fatto calare un silenzio a dir poco sospetto, evitando commenti sulla costruzione e sul committente. Come se, da ambo le parti, ci sia stata una meditata sospensione del giudizio.

Libera nel 1938 è un giovane architetto di formazione razionalista che ha al suo attivo un curriculum di tutto rispetto con alcune cose notevoli e di non scontata eleganza, come il complesso di villini ad Ostia (del 1932) ed il primo premio per il palazzo postale all’Aventino (del 1933, in collaborazione con Mario De Renzi). Ma soprattutto, nel biennio 1937-38 (cioè quasi contemporaneamente a Casa Malaparte), si sta dedicando alla realizzazione del Palazzo dei Congressi all’Eur, opera che gli darà la notorietà definitiva ma che, nella sua monumentalità metafisica,  è sicuramente quanto di più lontano dall’antiretorica dell’evento caprese.

Il progetto per Capo Massullo fu redatto da Libera in pochissimo tempo, fra i mesi di gennaio (acquisto del fondo)  e marzo 1938 (data di presentazione). La documentazione d’archivio ci offre una serie di piante e prospetti di tono minimalista,  quasi si volesse dare della costruzione un’immagine riduttiva,  tanto per giustificare quel titolo di “villetta” dato al progetto, e magari per facilitarne l’approvazione.

Un elzeviro di Malaparte, datato 1940 ed intitolato “Ritratto di pietra” [10], conferma l’inevitabile divorzio che deve essersi consumato fra i due, cioè fra architetto e committente, se il toscano scrive:

Qui nessuna casa appariva. Io ero dunque il primo a costruire una casa in quella natura. E fu con timore reverente che mi accinsi alla fatica, aiutato non da architetti, o da ingegneri (se non per le questioni legali, per la forma legale), ma da un semplice capomastro, il migliore, il più onesto, il più intelligente, il più probo, fra quanti abbia mai conosciuti. Piccolo di statura, silenziosissimo, poverissimo di gesti e di parole, l’occhio nero coperto da una palpebra lenta e prudente e saggia, Mastro Adolfo Amitrano cominciò col tastare la roccia con la mano….

A chi dunque i diritti d’autore? All’architetto firmatario, che nel dopoguerra non ha speso una parola sulla sua esperienza in Campania? All’intellettuale chiacchierato e spigoloso che si concede il vezzo della sfida? All’oscuro capomastro di Capri, obbediente esecutore? Al genius loci ?

pianta libera

prospetto libera

IN ALTO: piante, prospetto e sezione del progetto originale di Adalberto Libera

LIBERA 4

PROSPETTO N.E. ATTUALE

Il rito

In quanto alla sua forma, essa m’era dettata dall’andamento della roccia, dalla sua struttura, dalla sua pendenza, dal rapporto dei suoi sessanta metri di lunghezza con i suoi dodici metri di larghezza. La feci lunga, stretta dieci metri, lunga 54. E poiché, ad un certo punto, dove la roccia si innesta al monte, la rupe s’incurva, si abbandona, formando come una specie di collo esile, io qui gettai una scalinata, che dall’orlo superiore della terrazza scende a triangolo.[11]

La pianta che aveva disegnato Libera, cui si deve sicuramente l’impostazione longitudinale, ha subito più di una variante in corso d’opera. Le dimensioni iniziali sono state ritoccate.

Negli interni, in particolare nel grande soggiorno al primo piano, vero e proprio nucleo della costruzione, come un megaron  da casa omerica, egea, preclassica,  non sono certo estranee alcune suggestioni derivate da certi quadri di Alberto Savinio, pittore e scrittore di cui Malaparte era ammiratore e collezionista, con il quale era in rapporti amichevoli[12]. La tradizione ellenica, presocratica e metafisica, presente in tutta l’opera di Savinio, sia in quella figurativa che in quella letteraria, costituisce il sottile legame che esiste con il senso celato, ritualistico di uno spazio da iniziazione. Sappiamo che Malaparte entrò in massoneria nel 1923 salvo poi uscirne quando il fascismo ne dichiarò l’incostituzionalità (GUERRI 1980).

Si osservi come alcune tele degli anni Venti del pittore, un italiano di Grecia,  sembrino una immediata anticipazione di quegli ambienti, in quanto a spazialità, dislocazione delle ampie finestrature, o nel marcato profilo delle modanature, quasi cornici di un quadro la cui rappresentazione è il paesaggio. Quell’incantevole paesaggio del golfo, che Malaparte – tronfio e snob –  indica a Rommel come una sua creazione, evocativa di certe marine di Carrà.

Alcune soluzioni adottate sono delle vere e proprie invenzioni architettoniche, dovute indubbiamente a Malaparte che agì da direttore effettivo dei lavori. Come, ad esempio, la pavimentazione della sala, lavorata con dei basoli a vista come se si trattasse di un esterno, di un atrio mediterraneo all’aperto. O la bocca di lupo lasciata nella parete del grande camino,  una finestra aperta sull’orizzonte. Sicché, grazie a codesto artificio – un’intuizione, quella di Malaparte, da esoterista –  in questa sala avviene la complanare convergenza dei quattro elementi della tradizione pitagorica: la terra (resa presente dal pavimento pietroso e accidentato, aspro come i cretti di Burri); il fuoco, l’acqua e l’aria (evocati dalla fiamma del camino attraverso la quale, oltre il varco ritagliato nel fondo, si spalancano il mare ed il cielo infinito).

Ed anche la celebratissima scalea che conduce al lastrico attrezzato a solarium nasconde risvolti da mistico adoratore della natura. E’ solo una coincidenza il fatto che il toponimo della località sia Matromània? Esso rimanda ad antichissimi culti della Mater Magna, ed il sito, caricato da antichissime energie che sono destinate a non dissiparsi,  non può non aver solleticato (e sollecitato)  l’interesse e le fantasie dello scrittore.

E poi c’è quella rampa, che conta trentatre scalini. Il numero non deve essere casuale, troppo forte è la sua valenza simbolica, allusiva di gradi ascensionali da confraternita iniziatica. Al termine dei quali si dischiude il nulla, il vuoto dello spazio e del tempo. Come se si trattasse di un tempio ipetrale, desolato e sferzato dal vento,  un altare alla religione laica del nichilista.

In questo momento stesso – è spaventoso – se esisto è perché ho orrore di esistere. Sono io, io, che mi traggo dal niente al quale aspiro: l’odio, il disgusto di esistere sono altrettanti modi di farmi esistere, di affondarmi nell’esistenza.[13]

Se i romanzi di Malaparte hanno qualcosa che ricorda il nauseato esistenzialismo di Sartre, ma anche il nietzscheano scetticismo del greco Kazantzakis[14], vuol dire che il filo conduttore della cultura europea di quegli anni si dipana lungo gli stessi sentieri di un umanesimo avvilito, disperato, offeso dalla guerra.

interno 2

villa

IN ALTO: interni di Villa Malaparte a Capri

savinio

Alberto Savinio, Nudo nella stanza, 1926-27 (pastello su carta, coll. priv.)

camino

Villa Malaparte, il camino con l’apertura verso l’esterno

marina

Carlo Carrà, Marina, 1930

disprezzo

ildisprezzo

malaparte

Capri, villa Malaparte, fotogrammi da Il disprezzo (1963) con Brigitte Bardot e Michel Piccoli

terrazza

vela

La vela sulla terrazza

33-gradini

La fortuna

Casa Malaparte, si è detto, riscuote da subito ed ovunque ampi consensi critici. Ogni articolo ed ogni pubblicazione che la riguarda, in Italia ma anche all’estero, non fa che tesserne sperticate lodi. Giulio Carlo Argan, ad esempio, ha messo in evidenza come l’ambiente naturale, che ne costituisce l’alveo, sia stato rispettato “senza ricorrere alla dissimulazione ed al mimetismo”.

Con questa presenza architettonica,  l’uomo che marca il paesaggio umanizzandolo, si è astenuto da qualsiasi “compromesso col monumentale”.

Ma si tratta di una dichiarazione di intenti che è lo stesso Malaparte ad esplicitare nei suoi appunti. Quando Argan coglie che non vi è stata “nessuna concessione all’eleganza, nessuna sottigliezza tecnologica, nessun naturalismo mediterraneo, nessuna cadenza vernacola” non fa che ripercorrere lo scritto del 1940  in cui Malaparte confida: “Molti erano quelli che avrebbero voluto che io concedessi allo stile caprese, senza pensare che è proprio qui, nel concedere e nel far stile, che io mi rifiutavo e stavo sul mio”[15].

Conquistato, il critico d’arte capitola e conclude: “è questa, indubbiamente, la più «suprematista» delle architetture del nostro secolo”[16].

Nel 1963, il regista Jean Luc Godard, vate della Nouvelle Vague cinematografica francese, userà la villa come metafisico fondale del suo Le mépris, adattamento filmico dell’omonimo romanzo di Moravia[17].

La parabola “muratoria” malapartiana, che da Capri prende le mosse, si svolge e conclude, simbolicamente, nel suo mausoleo di Monte Spazzavento, voluto dai pratesi nel 1961 per rispettare la volontà di un così scomodo, ma illustre concittadino[18].

Il monumento si staglia, solitario e spigoloso, nel vento; impietrito dal terrificante “nulla” dell’Appennino toscano, quasi a riproporre una versione “di terra” a quella poesia “di mare” che fu la sua casa in mezzo al più azzurro Tirreno. Dimore, entrambe, affacciate sull’eternità dell’oriente.

arch. Renato Santoro, Roma febbraio 2016

NOTE

[1] C.Malaparte, La pelle, ediz. Mondadori, Milano 1978 (ristampa in: Oscar classici moderni, 1991) , p. 196. La prima pubblicazione è del 1949 (per i tipi milanesi di Aria d’Italia) , ma l’episodio narrato è ambientato nel 1942, quando la villa era già finita ed abitata dallo scrittore toscano

[2] Il romano Giuseppe Bottai (1895-1959), tra i fondatori dei Fasci nel 1919, dopo essere stato Governatore di Roma (1935-36), ebbe in carico il  Ministero  dell’Educazione pubblica dal 1936 al 1943. Reo di tradimento, per essersi schierato contro Mussolini, fu condannato a morte in contumacia dai vertici della Repubblica di Salò nel 1944. L’Italia repubblicana, nel 1945, lo condannò all’ergastolo e quando la pena fu amnistiata, nel 1947,  pote’ fare ritorno in patria

[3] Sono gli anni in cui i coniugi Edda e Galeazzo Ciano eleggono l’isola come loro residenza estiva

[4] Il progetto è presentato al Comune di Capri nel marzo del 1938. Ottiene rapidamente l’approvazione della commissione edilizia comunale, quindi il nulla osta della soprintendenza a Napoli ed, infine, nel mese di maggio dello stesso anno, il documento di approvazione del Ministero dell’Educazione nazionale. La licenza è firmata direttamente da Bottai. La dettagliata ricostruzione delle fasi qui sommariamente  compendiate è stata condotta da Marida Talamona (M. Talamona, Lo scrittore e l’architetto, in Adalberto Libera Opera completa, ediz. Electa, Milano 1989, p. 236)

[5] Programmata a Roma per il 1942 e annullata a causa della guerra

[6] Adalberto Libera, nato a Villa Lagarina (Trento) nel 1903, muore a Roma nel 1963

[7] Cfr. C. Malaparte, “Città come me” in Sangue   ediz. Oscar Mondadori, Milano 2003, p. 75.  La prima edizione, per Vallecchi di Firenze, è del 1937

[8] Cfr. Cento progetti da ricordare: i risultati del referendum di Modo in “Modo”,  n. 25, dicembre 1979, pp. 47-53

[9] Cfr. B. Zevi, Controstoria dell’architettura in Italia –  Ottocento Novecento, ediz. Newton Compton, Milano 1996, p. 70

[10] L’articolo è riportato da M. Talamona in Casa Malaparte, ediz. Clup, Milano 1990, p. 82. Si tratta di un testo pubblicato postumo nel 1978 in occasione di un convegno tenuto in quell’anno, dal 24 al 26 maggio, proprio a Casa Malaparte, a cura della Fondazione Ronchi. La stessa relazione è stata pubblicata in Il Mattino del Sabato  del 20 giugno 1987 con il titolo “Una casa tra greco e scirocco”

[11] C. Malaparte, ibidem

[12] Si ha notizia di un quadro di Savinio posseduto da Malaparte nella casa di Capri (cfr. M. Talamona, op. cit. nota 108, p. 63). Dal pittore Malaparte si fece anche disegnare una lira greca da utilizzare come decoro per le maioliche del pavimento nel proprio studio (ibidem, p. 48)

[13] J.P. Sartre, La nausea (nella traduzione di B. Fonzi),  ediz Einaudi, Torino 1948, p. 137

[14] Di Nikos Kazantzakis, in italiano si veda, in particolare: Zorbàs il greco (che è del 1946) nella traduzione, dall’inglese, di O. Ceretti, ediz. Borsini, Milano 1955

[15] C. Malaparte, “Ritratto di pietra”, riportato in M. Talamona, op. cit. p. 82. V. anche n. 117

[16] Le citazioni virgolettate sono tratte da G.C. Argan, Libera, ediz. Editalia, Roma 1975

[17] Il disprezzo, regia di J. L. Godard, con B. Bardot, M. Piccoli, F. Lang,  coproduzione Italia-Francia 1963

[18]  “Vorrei avere la tomba là, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano” sono parole dettate da Malaparte ed incise sulla pietra monumentale, svettante a 531 metri sul livello del mare, tra Prato e la Val Bisenzio. Accanto al nome: le date di nascita e di morte (1898-1957) dello scrittore

BIBLIOGRAFIA

G.C. Argan, Libera, ediz. Editalia, Roma 1975

G.B. Guerri, L’arcitaliano. Vita di Curzio Malaparte, Bompiani, Milano 1980

AA.VV,., Adalberto Libera, opera completa, ediz. Electa, Milano 1989

F. Garofalo, L. Veresani, Adalberto Libera, ediz. Zanichelli, Bologna 1989

M. Talamona, Casa Malaparte, ediz. Clup, Milano 1990

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