UNA MONTAGNA SACRA CREATA DALL’UOMO: L’ACROPOLI DI ATENE

Una mattina di un agosto rovente mi trovavo sulla collina più sacra che il nostro Occidente possa vantare: l’Acropoli di Atene. La dea della sapienza nata tutta intera dalla testa del Padre degli Dei, già adulta e armata di tutto punto, ne è la patrona. Salire per quel pendio è un’esperienza mistica come sottolinea il percorso che ha tracciato alla metà del secolo scorso un geniale architetto greco,  notissimo in Patria ma che meriterebbe uno spazio ben più ampio nella cultura europea (anche se i suoi sostenitori internazionali vanno gradualmente conquistandoglielo). Si tratta di Dimitris Pikionis, da noi ben conosciuto  presso i cultori dechirichiani perché suo compagno di studi negli anni ateniesi di primo Novecento. Il termometro segnava 40 gradi già alle prime ore del giorno: abitanti e turisti cercavano non dico refrigerio ma appena un po’ di riparo all’ombra degli ingialliti alberi dello Zappeion e solo qualche intrepido come me e mio figlio poteva inerpicarsi per quelle ossute e levigate rocce con il rischio di stramazzare per il caldo. All’improvviso risuonò il passo di marcia di un piccolo plotone militare che aveva appena presenziato all’alzabandiera sull’asta che svetta a fianco del Partenone.

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L’acceso nazionalismo dei Greci, forse esasperato dalla rivalsa nei confronti dell’occupante turco che per secoli ha svilito l’orgoglio di questo popolo, fa sì che nei pressi di ogni edificio amministrativo, di ogni monumento, di ogni piazza importante sventoli il vessillo bianco-azzurro che diventa così elemento unificante di una popolazione di per sé individualista e con scarso senso dello stato ma con grande fierezza della storia e del passato. Del resto, sapere che sull’Acropoli non molti decenni or sono, cioè negli anni della seconda guerra mondiale, sul tempio di Atena l’armata germanica aveva issato la bandiera con la croce uncinata, non è certo rassicurante. A questo punto tranquillizza di più il pavese ellenico con i colori del cielo e della spuma del mare.

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ATENE 1941

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Sulle pareti nella stazione Akropolis della rinnovata metropolitana della capitale greca campeggia una gigantografia di Melina Mercouri – indimenticata attrice degli anni Sessanta e ministro della cultura negli anni del governo socialista di Papandreou (1981-85) – che saluta sorridente: è una gioiosa cartolina da Atene, con alle spalle quel perfetto, incommensurabile esempio di architettura della classicità, modello di equilibrio e di proporzione aurea che travalica i secoli. E non si può fare a meno di confrontare questo pannello con un fotogrammi del suo film più famoso, Mai di domenica firmato dal marito Jules Dassin, di appena qualche decennio prima, quando giovane e invitante si rivolge al suo partner maschile salendo verso i Propilei.

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MELINA MERCOURI, Mai di domenica, 1960

Il concetto ascensionale di Montagna Sacra è una costante che ritroviamo in tutte le epoche, in tutte le religioni e a tutte le latitudini: il Monte Sion, il Tabor, il Sinai,  l’Olimpo dei Greci, il Kailash tibetano, Macchu Picchu, Ayers Rock costituiscono reali luoghi fisici con un proprio genius ; ma altrettanto vale per le trasposizioni simboliche in architettura quali sono costruzioni come la ziqqurat, la piramide, la pagoda. Anche in alchimia l’iconografia della montagna sacra, in particolare nella rappresentazione Rinascimentale e Seicentesca europea, ci ha consegnato splendidi esempi di esoterismo figurativo, un Mutus Liber che racconta per immagini e simboli un percorso iniziatico tutto in salita, a conquista della propria trasmutazione da piombo in oro.

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Mons Philosophorum o Tomba di Christian Rosenkreutze, da Geheime Figuren der Rosenkreuzer, Altona/Germania 1785 (incisione a colori da originale del 1604) p. 11

La variante e la unicità offerta dall’Acropoli di Atene risiede nel fatto che questa collina è stata sacralizzata dall’intervento antropico: la bellezza e il magistero dell’edificato per mano dell’Uomo, ha reso magica ed eternamente divina quella che in fondo è una modesta  gibbosità orografica nella piana dell’Attica.

I Propilei, il Partenone, il tempietto della Nike, l’Eretteo, sono costruzioni che possiedono un’armonia intrinseca tale da rendere l’Acropoli una summa di eleganza e di compiutezza creatrice. Per questo lo spirito si trova in sintonia con lo spazio in cui si trova immerso, come un corpo in un liquido avvolgente, con lo stesso legame che unisce fra loro due parole greche così affini linguisticamente: kosmos e kosmè (mondo e bellezza).

Il capolavoro di Pikionis cui si è fatto cenno, vero e proprio compendio della sua poetica, è il percorso pedonale che egli traccia attorno all’Acropoli e lungo la collina di Filopappo. L’attuazione del progetto (vagheggiato già da tempo, almeno sin dagli anni Trenta) risale agli anni  tra il 1951 ed il 1957. Qui Pikionis anima di un guizzo dionisiaco e nietzscheano il profilo apollineo dell’Atene che ha dirimpetto. Potrebbe essere ricordata fugacemente come un’opera di architettura del paesaggio, ma per i risvolti di contenuto e di ricerca formale e di finalità, è qualcosa che va oltre la Land Art, che allude e prelude ad altro e di più: una topografia dello spirito.

Il risultato dei suoi acciottolati, tra ulivi argentati e neri cipressi lungo il colle delle Muse, grazie alla inesauribile ricchezza del gioco inventivo,  è di una fascinazione senza pari: fa pensare alle tessiture di un Klee, di un Mondrian, abbacinati però dalla luce dell’Egeo.

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PIKIONIS, percorsi pedonali (1951-57)

Resta indistinguibile, sfumato sullo sfondo, il contorno della linea di confine fra antico e moderno, fra passato e presente, come di barlume crepuscolare, interscambiabile: preludio all’annottare ma anche simultaneo albore antelucano.

Pikionis, appassionato di geologia, maneggia quelle sue sacre pietre di Grecia quasi accarezzasse costole e tibie, le ossa della terra.  Deucalione dei nostri tempi, dissemina di sassi il suo passaggio, ripopolando l’Attica di presenze fantasmatiche.

Per quelle erte si è incamminato più volte anche Charles-Edouard Jeanneret meglio noto come Le Corbusier che fu ad Atene una prima volta nel 1911 e ancora nel 1933 in occasione del CIAM, il Congresso Internazionale dell’architettura Moderna. Il gruppo di partecipanti europei si farà ritrarre sullo sfondo dei Propilei proprio come fosse una gita scolastica di primavera. Aguzzando la vista si può riconoscere anche l’architetto svizzero.

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1933

LE CORBUSIER, 1911 – 1933

Nel 1929 una riconosciuta artista della macchina fotografica, Elli Souyoultzoglou-Seraidari che si firma semplicemente Nelly, elegge l’Acropoli a fondale metafisico di una sua celeberrima serie fotografica di Nudi, ritraendo una celebrità del balletto slavo, l’algida androgina Nikolska.

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NELLY: Nudi dell’acropoli, 1929

E lo stesso padre della Metafisica pittorica, il nostro Giorgio de Chirico, greco per ius soli che ad Atene trascorre gli anni dell’adolescenza, partitone nel 1906, qui ritorna, timoroso di restarne deluso solo nel 1974, dopo sette decenni trascorsi all’estero fra Germania, Italia, Francia, Stati Uniti.

De Chirico

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GIORGIO E ISA DE CHIRICO

E come lui una lunghissima schiera di personaggi famosi, dalla danzatrice Isadora Duncan nelle sue foto d’arte degli anni Venti alle scrittrici Virginia WoolfAgatha Christie,  da Gregory Corso a Lawrence Durrell, per non parlare dei divi hollywoodiani del grande schermo: Gary CooperElizabeth Taylor, Sofia Loren, Marlon Brando, Gregory Peck, Paul Newman, John Wayne. 

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ISADORA DUNCAN, 1920

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VIRGINIA WOOLF, 1933

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AGATHA CHRISTIE, 1958

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GREGORY CORSO, 1959

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LAWRENCE DURRELL (a destra), 1962

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GARY COOPER, 1956

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SOFIA LOREN, 1957

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ELIZABETH TAYLOR E MIKE TODD, 1958

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MARLON BRANDO E JULES DASSIN, 1958

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GREGORY PECK, 1960

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PAUL NEWMAN E JOANNE WOODWARD, 1962

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JOHN WAYNE, 1966

Anche le personalità del jet-set o della politica, da Jacqueline Kennedy ai principi monegaschi Ranieri e Grace; si faranno ritrarre negli anni ’60 – prima che esplodesse il boom del viaggio in Grecia di massa e che la nuvola dell’inquinamento ne offuscasse il nitore – come un qualunque turista con il naso all’insù di fronte a tanto splendore.

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JACQUELINE KENNEDY, 1961

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I PRINCIPI RANIERI E GRACE DI MONACO, 1962

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ALBERT CAMUS, 1955

L’intellettuale francese Albert Camus – in Grecia nel 1955 e nel 1958 – scriverà sui suoi Taccuini un’accorata dichiarazione d’amore nei confronti di questo Paese che, per lui, mediterraneo di Algeria e sa ben riconoscerlo, è terra di luce rivelatrice della divinità. Le parole che usa per descrivere l’Acropoli di Atene sono lancinanti.

Acropoli. Il vento ha scacciato tutte le nuvole e dal cielo scende la luce più bianca e più cruda. Per tutta la mattina la strana sensazione di essere qui da anni, a casa mia insomma, senza neanche sentirmi impacciato dalla differenza delle lingue. Nel salire all’Acropoli, questa impressione si accentua quando constato che ci vado ‘come un vicino’, senza alcuna emozione. Lassù però è un’altra cosa. Sui templi e sulla pietra del terreno, che il vento sembra aver raschiato sino all’osso, cade in pieno la luce delle undici che poi rimbalza e si frantuma in migliaia di spade piccole e bollenti. La luce ci fruga negli occhi e li fa piangere, entra nel corpo con una rapidità dolorosa, lo svuota, lo apre a una sorta di stupro totalmente fisico, e insieme lo ripulisce“.

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Sfilata di Christian Dior organizzata sull’Acropoli nel 1951 

arch. Renato Santoro – marzo 2016

 

 

 

 

 

 

 

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