L’ ABBONDANZA

Il sacro fiume degli Egizi, il Nilo, era da essi personificato come Hapy, divinità rappresentata con l’aspetto di un uomo pingue caratterizzato da generose mammelle perché così si voleva simboleggiarne la fertilità in chiave maschile, collegata all’abbondanza e alla fertilità del suolo nutrito dalle piene stagionali di questo munifico nume (N.B.: da non confondere assolutamente con Api, il sacro bovino).

Assai esemplificative le raffigurazione che ce ne sono pervenute, come quelle di Medinet Habu e Kom Ombo (FIG. 1,2) o quella di  Luxor (FIG. 3) dove si riconosce Hapy intento ad intrecciare piante di loto e di papiro, allegoria dell’Alto e Basso Egitto che della regione meridionale e di quella settentrionale sono emblema.

medinet habuFIG. 1

Kom OmboFIG. 2

luxor primo cortileFIG. 3

Gli Egizi chiamavano il proprio territorio Kemet cioè “Terra nera”, per la colorazione scura data dal limo fecondatore depositato dal Nilo in regime di piena[1]. Per contrasto, Dashret è la “Terra rossa” del deserto.

Messa in relazione con la civiltà cretese e micenea e con le peregrinazioni di Ulisse, la voce “Egitto” appare traslitterata alla greca già nei poemi omerici (VIII sec. a.C. circa); e nell’Odissea sta ad indicare tanto il Paese[2]  quanto il fiume che lo attraversa (Od., XIV, 258; XVII, 427).

Il nome Nilo è quello con cui il vocabolario greco[3] ha ribattezzato il sacro corso d’acqua che per gli egizi era semplicemente Iteru (Grande Fiume). L’etimo ellenico sembra modellato su una radice semitica nahar/nahal = valle fluviale (cfr. l’ebraico nachal Mizraim[4]). Sarà Erodoto a definire l’Egitto “un dono del Nilo”[5] per i benefici delle sue esondazioni periodiche che ne dissetano i versanti, altrimenti inariditi da una lunga e implacabile estate tropicale. “L’Egitto non è un paese, è un fiume” dirà Cesare Brandi per sottolinearne l’intimo e insopprimibile legame[6]. Nella mitologia greca Nilo è divinizzato come figlio di Oceano.

La pinguedine era la formula esemplificativa e concreta per visualizzare il concetto astratto di fecondità e ricchezza, ed è un espediente rappresentativo che ritroveremo in un bellissimo episodio dell’arte plastica dell’Antico Regno, quel cosiddetto “Sindaco del villaggio”, proveniente da Saqqara (Sheikh-el-Beled come lo ribattezzò Mariette, suo scopritore), il quale si staglia tronfio e appagato nel Museo Archeologico del Cairo (FIG. 4), in tutta la morbidezza del sue rotondità.

SINDACOFIG. 4

Lo stesso accorgimento figurativo ricorre, in altra epoca e in altro contesto, nel notissimo Obesus Etruscus di Chiusi conservato al Museo Archeologico di Firenze (FIG. 5).

L’appellativo di questo sarcofago gli proviene direttamente da Catullo (Carmina, 39, 11), il quale nell’elencare le caratteristiche tipologiche di alcune popolazioni del Centro Italia, definisce “sovrappeso” l’etrusco.  Ma anche Virgilio (Georgiche, II, 193) parla di un pinguis tirrhenus.

obesusFIG. 5

Evidentemente questo popolo che a noi moderni si offre ammantato di fascinoso mistero, agli occhi smaliziati dei romani loro contemporanei non si presentava in veste altrettanto seducente.

Il nostro tempo, che della forma, del corpo palestrato e dell’efficienza fisica ha fatto la sua ossessione estetica, è ormai troppo lontano dall’apprezzare o dal condividere questo concetto. Che ci è distante e incomprensibile come il gusto formale per le opime sinuosità di un Rubens (FIG. 6) o di un Rembrandt (FIG. 7), queste ultime quasi al limite del disfacimento materico. La sua Susanna al bagno oggi non potrebbe più attrarre su sé lo sguardo impudico dei Vecchioni.

Pitagora 1618-20

FIG. 6: P.P. Rubens, Pitagora (part.), 1618-20

susanna al bagno

FIG. 7: Rembrandt, Susanna al bagno, 1636 c.

Eppure è questo un quadro che ci commuove nel profondo, perché rivela tutta l’amorosa devozione del pittore fiammingo per la propria compagna di vita, seppure sfatta nella carne, a dispetto del tempo e della cellulite che svilisce i corpi perché il sentimento travalica le strettoie dell’esteriorità.

willendorfFIG. 8balzi rossiFIG. 9

river Nile

FIG. 10: Fellahin sul Nilo (immagine stereoscopica di fine Ottocento)

Ma in principio era la Venere paleolitica di Willendorf o quella nostrana dei Balzi Rossi (FIGG. 8-9) a ricordarci che i fianchi larghi di una donna promettono fecondità, così come le piene estive del Nilo assicurano raccolti all’Egitto dei fellahin e ripagano il sudore del loro lavoro antico di millenni, sempre uguale a se stesso, oggi come al tempo dei faraoni, sulle sponde dell’eterno Hapy (FIG. 10).

arch. Renato Santoro – Roma, 28 aprile 2016 

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[1] Anche per i copti, cioè gli egiziani cristiani tardo antichi, eredi dell’antica lingua dei faraoni, l’Egitto era Kemi. Sono gli ebrei a chiamare l’Egitto Mizraim (Esodo, 1, 1) – in una forma duale che sta per “fortezze di frontiera” e rimanda ai due regni del nord e del sud – da cui deriverà l’attuale nome arabo della nazione: Misr. In realtà anche la forma ebraica ha una matrice egizia perché nella genealogia biblica dei discendenti di Noè (Genesi, 10, 6), Mizr è figlio di Cam ed eponimo del popolo egiziano; il suo etimo è Miz-Ra, cioè “Ra salva dalle acque” (che in qualche modo ricorda quello di Mosè)

[2] Omero, Odissea,Torino [1963]1989, libri: III, 300; IV, 83,351, 477, 483; XIV, 246, 257, 275; XVII, 426, 448

[3] Il termine Neilos appare per la prima volta in Esiodo, Theogonia, v. 388 (VIII-VII sec. a.C. circa)

[4] “Torrente d’Egitto”, v. I. Rosellini, I monumeti dell’Egitto e della Nubia, t. II, Pisa 1833, p. 135, nota

[5] Doron tou potamoù, cfr. Erodoto, Le Storie, vol. 1, L. II, 5, Torino 1996, pp. 286-287: “la parte dell’Egitto che i Greci raggiungono con le loro navi è…un dono del fiume”

[6] C. Brandi, Verde Nilo, [Bari 1963], Roma 2006, p. 19

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