UN TRIANGOLO DELL’ARTE NELLA VALLE DEL TEVERE: CAGLI, CAPOGROSSI, CAVALLI NELLA ROMA DEGLI ANNI TRENTA

Nel lessico dell’Arte Muratoria tre maestri che si riuniscono in una “valle” – per valle si intende una determinata collocazione geografica e con la dicitura “valle del Tevere” è d’uso identificare l’Oriente di Roma – costituiscono un “triangolo”. Gli artisti di cui ci stiamo occupando, non solo sono indubbiamente tre riconosciuti “maestri” della pittura italiana del Novecento, ma per inclinazioni e vicende personali sono anche personaggi legati, direttamente o indirettamente, alla tradizione esoterica.

capo 1927

G. CAPOGROSSI (1900-1972), Autoritratto con Emanuele Cavalli (1927)

cavalli autoritratto anni 30

E. CAVALLI (1904-1981), Autoritratto (anni 30)

Cagli Autoritratto 1936 c.

C. CAGLI (1910-1976), Autoritratto (1936c.)

Per Emanuele Cavalli è documentata la sua affiliazione alla Fratellanza di Miriam, un ordine iniziatico gravitante attorno a Giuliano Kremmerz, misteriosofo-taumaturgo di origine napoletana (alias Ciro Formisano), che in Francia aveva costituito una sorta di loggia paramassonica, dedita alla cura del corpo e dell’anima. Nel periodo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, in Europa si assiste ad un autentico risveglio delle tradizioni occulto-cabalistiche, nel flusso della corrente simbolista, in contrapposizione al dilagare di positivismo e materialismo storico. E’ la stagione di personaggi come Josephin Peladan, Elena Petrovna Blavatskaija, Charles W. Leadbeater, Annie Besant, Rudolf Steiner i quali veicolano, nei loro circoli a forte connotazione misterica, gli insegnamenti della tradizione egizia e pitagorica, delle scuole sapienziali d’Oriente, coniugati con spiritismo e arti magiche.

Nella Roma degli anni Venti del secolo scorso, corroborata da un sindaco come Ernesto Nathan che era stato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia e con la sponda di una casa regnante i cui membri guardavano con simpatia, malgrado gli anatemi vaticani, alla massoneria,  è un fiorire di logge massoniche, di salotti dove si praticano sedute spiritiche, di cenacoli ispirati alle correnti rosacrociane. Qui muovono i primi passi Giulio Evola e Arturo Reghini e qui si affacciano con curiosità personaggi del mondo artistico e letterario, da Balla a Bontempelli, allo stesso Pirandello che nei suoi scritti fa più di un accenno a queste tematiche. Basti pensare al suo Mattia Pascal dove sono elencati,  tra i libri presenti nella biblioteca di Anselmo Paleari, i titoli fondamentali della teosofia ed il Plan Astral del Leadbeater che lo stesso Pirandello possedeva in casa.

(cfr.: https://archipendolo.wordpress.com/2015/09/12/pirandello-teosofo-nella-biblioteca-del-signor-paleari/

Non sono pochi i pittori di quel periodo che hanno subito la fascinazione della ritualità esoterica e del simbolismo ad essa collegato. Sono note le frequentazioni con le scuole teosofiche da parte di Redon, di Previati, di Kandiskij, di Mondrian, tanto per elencare qualche nome di spicco.

I tre artisti della Scuola romana di cui andiamo a delineare il profilo – Giuseppe Capogrossi (Roma, 7 marzo 1900-9 ottobre 1972); Emanuele Cavalli (Lucera, 29 novembre 1904-Roma, 15 marzo 1981); Corrado Cagli (Ancona, 23 febbraio1910-Roma, 28 marzo 1976) – diventano il paradigma di un clima culturale e spirituale che contraddistingue un epoca, in quella Roma degli Anni Venti e Trenta del secolo scorso animata dalle  serate “alternative” al Teatro degli Indipendenti, nei sotterranei di via degli Avignonesi, dove i fratelli Bragaglia organizzavano  intrattenimenti sperimentali, novità teatrali d’oltralpe e si suonava musica jazz. Un locale notturno allora in gran voga era l’Amapadrama che si trovava in via Margutta. Il nome stesso del locale, i decori di derivazione orientale ed i simboli magici che campeggiavano sulle pareti, lasciano intendere il genere di avventori  e la fortuna che poteva riscuotere presso gli ambienti parapsicologici di Roma. Ma non poteva mancare l’incursione al “sulfureo” Cabaret del Diavolo, ricavato nelle cantine dell’hotel Elite in via Basilicata nel quartiere Ludovisi, aperto dal massone Gino Gori che gli aveva dato un’impronta decisamente da adepti.

cavalli 1933 amicizia

E. CAVALLI: L’amicizia, (1933)

cavalli mattino 1935

E. CAVALLI, Mattino (1935)

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E. CAVALLI, Il solitario (1936)

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E. CAVALLI, Il sogno (1937)

Una tela di Emanuele Cavalli del 1933 è intitolata L’amicizia e ritrae tre figure maschili nude, significativamente “incatenate” (per usare la nomenclatura dell’arte regia) in un abbraccio triangolare. I tre personaggi sono proprio i pittori Cavalli, Capogrossi e Cagli uniti in un sodalizio umano ed artistico che segna e uniforma in un programma comune di intenti la loro carriera negli anni che precedono la seconda guerra mondiale. Sono gli anni del ventennio fascista. Le risoluzioni razziali emanate dal regime interromperanno bruscamente questa intesa. L’ebreo Corrado Cagli è costretto a lasciare l’Italia ed anche artisticamente le strade dei tre pittori si divideranno. Capogrossi abbandona il figurativo per incamminarsi sulla via dall’astrattismo e seguirà la personalissima strada dell’informale segnico. Di loro soltanto Cavalli resterà tenacemente fedele alla sua cifra formale, quella del tonalismo dell’École de Rome, come  Waldemar George aveva ribattezzato il sodalizio dei tre pittori in occasione di un’esposizione collettiva a Parigi nel 1933, per etichettarne stile e contenuti e distinguerli così dalla Scuola di via Cavour (Mafai, Scipione, Raphaël) o dal gruppo del Realismo magico (Donghi, Francalancia, Ferrazzi), attivi nella capitale italiana in quegli anni.

Capogrossi è il solo dei tre ad essere nato a Roma ed è anche il maggiore d’età. Cavalli vi giunge diciassettenne dalla Puglia nel 1921 e nella Capitale studia all’Istituto artistico industriale. Segue i corsi di pittura all’atelier del pittore Felice Carena. Qui conosce il romano Capogrossi, più grande di quattro anni, del  quale diviene amico e per oltre un decennio le loro storie si intersecano e viaggiano parallele.

Insieme, nel 1927, espongono le loro prime tele all’Hotel Pensione Dinesen in via delle Fiamme. L’anno successivo Cavalli va a Parigi, per il viaggio di formazione d’obbligo nella “capitale del XIX secolo”,  per dirla con Benjamin, città guida dell’arte moderna. In Francia, durante un soggiorno in Provenza, ad Orange, si accosta alla Fratellanza di Miriam e viene iniziato a questa derivazione kremmerziana del Rito di Misraim. Nel 1929 torna in Italia, nella natia Lucera, dove resta per un anno, ma nel 1930 fa ritorno a Roma, dove viene ospitato per i primi tempi dall’amico Capogrossi. Dalla mistica esoterica ha acquisito la consapevolezza che anche i colori, così come le note, rispondono alla logica pitagorica  del rapporto armonico esistente tra le diverse tonalità cromatiche. Del resto anche il libero muratore Goethe aveva codificato, nella sua poderosa Teoria dei colori questi insegnamenti del mondo antico. Già Plinio nella Naturalis Historia parlava della quadricromia come fondamento della pittura greca basata sulla gamma del nero, del bianco, del giallo, del rosso. Questa successione sarà ripresa dall’alchimia rinascimentale ed è alla base dell’Opus Magnum, la Grand’Opera che dalla nigredo, attraverso le varie fasi dell’albedo e della citrinitas, porta alla rubedo cioè la trasformazione del metallo vile in oro. A proposito di bianco e nero, è il caso di ricordare l’interessantissima attività di fotografo dell’artista, di cui si conserva una collezione di scatti di alta qualità compositiva, giocata sapientemente sui contrasti di luce e di ombre.

La pittura di Emanuele Cavalli è piena di simboli celati, criptate allusioni all’ermetismo, alla metafisica, pavimenti a scacchiera, citazioni degli arcani maggiori, della melancholia alchemica, rimandi all’iconografia pompeiana, in particolare agli affreschi della Villa dei Misteri.  I colori predominanti sono, appunto, quelli della quadricromia classica, e ricorrenti sono titoli e temi che evocano le trasmutazioni del nero e del bianco.

I critici, parlando di Cavalli, Capogrossi e Cagli, che si unisce al gruppo nel 1932,  hanno adottato la dicitura di “pittura tonale” e di “tonalismo”.

Anche Corrado Cagli approda nella Capitale dalla provincia e arriva a Roma dalle Marche, con la famiglia, quando è appena un bambino di cinque anni. Dopo gli studi classici si iscrive all’Accademia e frequenta lo studio di un anziano pittore, Paolo Paschetto. Giovanissimo si cimenta con la pittura murale e decora a tempera alcuni locali di via Sistina e via del Vantaggio e ad Umbertide, in Umbria, affresca una casa privata. E’ ventiduenne, nel 1932, quando organizza la sua prima mostra personale. In quello stesso anno conosce Capogrossi e Cavalli, i quali hanno rispettivamente trentadue e ventotto anni ma, anche se più giovane, Cagli possiede una forte personalità ed è dotato di un’intelligenza vivace. Massimo Bontempelli, teorizzatore del Realismo Magico e direttore di importanti riviste letterarie, ne era zio acquisito, avendo sposato la sorella della madre.

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C. CAGLI, Il neofita (1933)

cagli neo 1934

C. CAGLI, I neofiti (1934)

I tre, accomunati da una visione unitaria della pittura, espongono in una collettiva alla Galleria di Roma (ospitata in un palazzo d’angolo tra via Veneto e piazza Barberini) e l’anno successivo a Milano, alla storica galleria Il Milione. Sempre nel 1933 espongono a Parigi dove sono particolarmente apprezzati da Waldemar George, il noto critico francese molto attento alle cose italiane e che per i loro moduli formali comuni conia l’etichetta di École de Rome.  Il legame di Capogrossi, Cavalli e Cagli si consolida: si frequentano con assiduità e si incontrano negli stessi posti, al caffè Aragno o, nella bella stagione, ai barconi galleggianti sul Tevere; passano le estati ad Anticoli Corrado; hanno gli stessi amici (Elsa Morante, Ziveri, gli architetti Vinicio Paladini e La Padula); insieme confrontano le loro idee sull’arte e sul colore; infine, in quel proficuo 1933, con il supporto del critico e teorico Roberto Melli, i tre redigono il Manifesto del Primordialismo Plastico, dove espongono la loro particolare visione estetica della pittura.

capogrossi 1930c

G. CAPOGROSSI, L’Annunciazione (1933)

capo 1938

G. CAPOGROSSI, L’illusionista di campagna (1938)

Nel 1935 espongono alla II Quadriennale di Roma e l’affermazione dei tre artisti è tutta in ascesa, con qualche trasferta oltreconfine. Nel 1938 le discriminazioni antisemite avallate dal regime di Mussolini, inducono Cagli a cercare rifugio all’estero, dapprima in Francia, poi negli Stati Uniti dove acquisisce la cittadinanza americana. Ritornerà in Italia soltanto a guerra finita, nel 1947. Sia Cagli che Capogrossi, a differenza del più conservatore Cavalli, si lasciano alle spalle il figurativo dell’anteguerra e sperimentano con reale convinzione nuove forme pittoriche, orientati piuttosto verso la ricerca del colore e del segno puri, svincolati dagli schemi della forma.

In un suo appunto autografo del 1938 scrive Cavalli:Un oggetto all’oscuro, senza cioè le condizioni accidentali di luce, senza che lo percepiamo per colore o per chiaroscuro, ha pure la sua forma. Forma precisa ed assoluta. Quella io perseguo“, quasi a significare che lo sguardo dell’artista, con quel terzo occhio di cui parla Paracelso, vuole scrutare oltre il velo del percepibile.

 

capogrossi cavalli

Capogrossi e i coniugi Cavalli (anni 30)

foto di cagli anni trenta

Corrado Cagli in una foto degli anni 30

vera 35c.

E. Cavalli: foto scattata alla moglie Vera Haberfeld (1935c.). La donna, di famiglia ebraica triestina, era scesa a Roma presso lo zio Edoardo Weiss, stimato medico allievo di Freud e annoverato tra i padri fondatori della psicoanalisi italiana

MISTERICHE SUGGESTIONI

L’iconografia della pompeiana Villa dei Misteri, con la stupefatta rarefazione di arcani riti di cui sembra essersi perso il significato, non poteva non esercitare le suggestioni più coinvolgenti in questi nostri artisti tanto sensibili alla fascinazione di ciò che è celato, e dunque occulto, all’occhio profano. Le sospensioni magiche degli affreschi di Pompei le ritroviamo in Cavalli (che esoterista lo è a tutti gli effetti), ma anche nei suoi sodali Capogrossi e Cagli, i quali respirano tutti lo stesso clima di magico realismo nella Roma di quegli irripetibili anni Trenta. Ispirazioni iniziatiche da adepti alla religione laica dell’arte.

arch. Renato Santoro, Roma 2015

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misteri 2

misteri 3

Villa dei Misteri, Pompei (I sec. d.C.)

sposa 34

E. CAVALLI, La sposa (1934)

capogrossi il poeta del tevere 33

G. CAPOGROSSI, Il poeta del Tevere (1933)

edipo tebe 33

C. CAGLI, Edipo a Tebe (1933)

 

Bibliografia essenziale

E. Crispolti, I percorsi di Cagli, catalogo della mostra, De Luca editore, Roma 1982

M. Fagiolo Dell’Arco, Scuola romana, pittori tra le due guerre, catalogo della mostra, De Luca editore, Roma 1983

AA.VV. Roma tra espressionismo barocco e pittura tonale 1929-1943 , catalogo della mostra, Mondadori, Milano 1984

F. Benzi, Tonalismo ed esoterismo nella pittura di Emanuele Cavalli, catalogo della mostra, Galleria Arco Farnese, Roma 1984

F. Benzi, R. Lucchese, Emanuele Cavalli, De Luca, Roma 1984

B. Mantura, Capogrossi fino al 1946, catalogo della mostra, De Luca editore, Roma 1986

M. Fagiolo Dell’Arco, Scuola romana. Artisti tra le due guerre, catalogo della mostra, Mazzotta editore, Milano 1988

F. Benzi, Italian Art from Symbolism to Scuola Romana. The Artists of Anticoli Corrado, Electa, Milano 1996

C. Salaris, La Roma delle avanguardie. Dal futurismo all’underground, Editori Riuniti, Roma 1999

F. Benzi, Eccentricità, rivisitazioni sull’arte contemporanea 1750-2000, Electa, Milano 2004

F. Benzi, Corrado Cagli e il suo magistero. Mezzo secolo di arte italiana dalla Scuola romana all’Astrattismo, catalogo della mostra, Skira, Milano 2010

L. M. Barbero, Capogrossi. Una retrospettiva, catalogo della mostra, Marsilio, Venezia 2012

LINK:

https://archipendolo.wordpress.com/2015/09/12/pirandello-teosofo-nella-biblioteca-del-signor-paleari/

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2 pensieri su “UN TRIANGOLO DELL’ARTE NELLA VALLE DEL TEVERE: CAGLI, CAPOGROSSI, CAVALLI NELLA ROMA DEGLI ANNI TRENTA

  1. “Un oggetto all’oscuro, senza cioè le condizioni accidentali di luce, senza che lo percepiamo per colore o per chiaroscuro, ha pure la sua forma. Forma precisa ed assoluta. Quella io perseguo“
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