LO SGUARDO DELLA PASSIONE

Già a pochi anni dalla storica nascita parigina del “cinematografo” dei fratelli Lumière, nel 1899 viene girato – presumibilmente da Léar (alias Albert Kirchner) – una Vie du Christ, prodotta da Léon Gaumont. Si tratta del primo rudimentale film su Gesù in undici scene o tableaux vivants riproducenti la vita del Messia, mutuate da altrettanti celebri capolavori della pittura europea[1]. Ma è nel 1902 che viene allestito, in ben 39 scene per una lunghezza complessiva di 650 metri di pellicola e tre quarti d’ora di proiezione (FIGG. 1-2-3),  il primo lungometraggio muto sul Salvatore dal titolo La Vie et la Passion de Jésus-Christ. Al regista Ferdinand Zecca occorrono quasi tre anni per portare a compimento il progetto voluto da Charles Pathé, colorato a mano e con i primi tentativi di effetti speciali che sarà presentato al pubblico entusiasta nel 1905 (M. Morandini, Il sacro nel cinema in La storia del cinema, vol. I, Vallardi, Milano 1966).

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FIGG. 1-2-3: La Vie et la Passion de Jésus-Christ (1902-1905)

Da allora la figura del Cristo ha periodicamente ispirato decine e decine di registi e una miriade di attori, più o meno famosi, ha prestato il proprio volto al Nazareno, imprimendosi nell’immaginario collettivo di generazioni e generazioni di spettatori.

Da noi, nel 1915 il conte Giulio Antamoro dirige Christus con didascalie in versi di Fausto Salvatore, osannato dalla stampa, non solo cattolica, e apprezzato anche dall’allora Pontefice che intuì immediatamente come il cinema religioso potesse divenire veicolo di dottrina. Girato in Egitto e presso Roma, il film dura 80 minuti ed è interpretato dal torinese Alberto Pasquali, specializzato in ruoli in costume (FIG. 4).

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FIG. 4: Alberto Pasquali, Christus, 1915

Nel film I.N.R.I. del 1924, diretto da Robert Wiene (che aveva al suo attivo Il gabinetto del dottor Caligari), nel ruolo del Redentore incontriamo il russo Grigori Chmara (FIGG. 5-6), che molto ricorda l’iconografia del Dürer. Considerato il primo kolossal tedesco a tema religioso, il film tuttavia, nonostante la grandiosità delle scene di massa, non ottenne il successo sperato e fu maltrattato dalla critica.

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FIGG. 5-6: Grigori Chmara, I.N.R.I., 1924

Del 1934 è il francese Golgotha di Julien Duvivier che a Robert Le Vigan, nel ruolo di Gesù, affianca il popolarissimo Jean Gabin in quello di Ponzio Pilato (FIGG. 7-8).

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FIGG. 7-8: Robert Le Vigan, Golgotha, 1934

Passeranno alcuni decenni prima che il cinema si riavvicini alla tematica religiosa del Cristo o, per meglio dire, del primo cristianesimo: siamo arrivati agli anni Cinquanta quando in America si girano film come La tunica (The Robe) o Ben Hur (rispettivamente del 1953 e del 1959) dove però la presenza del Cristo è solo sullo sfondo e sfumata anche figurativamente (in Ben Hur Claude Heater si intravede appena e di spalle, FIG. 9). Più che il volto, a Gesù prestò la bionda e fluente capigliatura, come nella più consolidata tradizione pittorica occidentale.

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FIG. 9: Claude Heater, Ben Hur, 1959

Negli anni Sessanta e Settanta, invece, è un moltiplicarsi di pellicole incentrate sul Galileo: dal modesto Il re dei re (King of Kings, 1961) interpretato da un seduttivo e oleografico Jeffrey Hunter (FIGG. 10-11) e diretto da Nicholas Ray al più corposo e artistico Vangelo secondo Matteo orchestrato in un rigoroso bianco/nero da un intellettuale del calibro di Pier Paolo Pasolini (1964) il quale restituisce a Gesù autenticità e fisicità mediorientale grazie ai guizzanti occhi mediterranei di Enrique Irazoqui (FIGG. 12-13-14) in quello che è sicuramente il film più ispirato sulla personalità del Cristo; da La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told, 1965) di George Stevens con un Max Von Sydow (FIGG. 15-16-17) che nello sguardo conserva tutte le ansie bergmaniane accumulate nei set svedesi, trasposte in una estetizzante pellicola all-american, all’impertinente Jesus Christ Superstar del 1973, trasposizione post-sessantottina  in chiave musical, sceneggiata e diretta da Norman Jewson, in cui Gesù è un hippy contestatore, con la faccia contemporanea di un universitario californiano prestatagli da Ted Neely (FIGG. 18-19-20).

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FIGG. 10-11: Jeffrey Hunter, Il re dei re, 1961

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FIGG. 12-13-14: Enrique Irazoqui, Il Vangelo secondo Matteo, 1964

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FIGG. 15-16-17: Max Von Sydow, La più grande storia mai raccontata, 1965

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FIGG. 18-19-20: Ted Neely, Jesus Christ Superstar, 1973

I registi italiani, indelebilmente segnati dai presupposti pasoliniani con cui fare i conti, oscillano fra il realismo didascalico di Roberto Rossellini (Il Messia, 1975) – che affida il ruolo di protagonista al sanguigno Pier Maria Rossi (FIG. 21) – e i preziosi virtuosismi decadenti di Franco Zeffirelli  che trova nell’esangue, ascetico Robert Powell (FIGG. 22-23) un impeccabile Gesù di Nazareth (1977).

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FIG. 21: Pier Maria Rossi, Il Messia, 1975

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FIGG. 22-23: Robert Powell, Gesù di Nazareth, 1977

Sarà poi la volta di Willem Dafoe in L’ultima tentazione di Cristo (The Last Temptation of Christ, 1988), provocatorio e irriverente (più nella trama che nell’iconologia) tratto dal capolavoro letterario del greco Nikos Kazantzakis, per la regia di Martin Scorsese (FIGG. 24-25); e di Jim Caviezel, interprete di La Passione di Cristo (The Passion of the Christ, 2004) per la regia di Mel Gibson, altra pellicola che ha suscitato polemiche e perplessità per il suo taglio cruento e disturbante (FIGG. 26-27-28).

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FIGG. 24-25: Willem Dafoe, L’ultima tentazione di Cristo, 1988

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FIGG. 26-27-28: Jim Caviezel, La passione di Cristo, 2004

Quando poi è la televisione ad appropriarsi del sacro, è giocoforza rispettare le aspettative di un pubblico distratto e indifferenziato e servirgli un piatto precotto adatto ai palati meno fini, purché rispetti gli stereotipi patinati del Gesù aitante, biondo e di maniera, impersonato da un Jeremy Sisto (Jesus, 1999, FIG. 29) o un Christian Bale (Maria, madre di Gesù / Mary, Mother of Jesus, 1999, FIG. 30).

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FIG. 29: Jeremy Sisto, Jesus, film-TV 1999

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FIG. 30: Christian Bale, Maria, madre di Gesù, film-TV, 1999

 

arch. Renato Santoro – Roma, 27 marzo 2016

NOTA

[1] La Passion realizzata un anno prima dallo stesso Louis Lumiére, in realtà è un cortometraggio dal vero di rappresentazioni sacre che si svolgevano in Boemia

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