Alberto Spadolini, una stella che danza

Negli anni Venti del secolo scorso, a Gardone Riviera, ci fu l’incontro – per intermediazione del pittore Duilio Cambellotti – fra Gabriele D’Annunzio e il diciassettenne Alberto Spadolini, alle prime armi nel mondo artistico della Capitale. Forte della sua bellezza e di un corpo statuario, quegli che da lì a qualche anno sarebbe diventato un danzatore di successo sulle tavole dei teatri di Parigi, seduttore tanto di donne quanto di uomini, quando fu al cospetto del Vate al Vittoriale, gli fu chiesto di spogliarsi nudo, in modo che potesse palesarsi nella compiutezza – degna di un Lisippo – delle sue forme. D’Annunzio nella languente sensualità dell’età declinante, poteva così godere esteticamente del giovanissimo ospite, perfetta rappresentazione fisica di quell’estenuato Saint Sébastien nato dalla penna del Pescarese. Era il 1924.

Ritratto di Spadolini ventenne, quale dovette presentarsi al Divino Gabriele alla fine degli anni Venti
Spadolini in un artistico primo piano di M. Seymour (Chicago, 1935)

Spadolini era nato ad Ancona, figlio illegittimo di Ida Romagnoli, il 19 dicembre del 1907. Ricevette il cognome del padre adottivo Angelo Spadolini solo nel 1913, dopo le nozze di quest’ultimo con la madre Ida.

Nel 1922 era stato mandato a Roma, avendo manifestato inclinazione per le arti figurative; qui avrebbe frequentato con saltuarietà le aule dell’Accademia di Belle Arti, avvicinandosi all’insegnamento di Armando Spadini o di Duilio Cambellotti. Fu proprio quest’ultimo, già quaranteseienne e apprezzato maestro di grafica, disegno e modellato, simpatizzante del regime da poco instauratosi, a portarlo sul Garda per conoscere l’eroe del volo su Vienna.

Armando Spadolini atteggiato a sensuale San Sebastiano in ua foto degli anni Trenta

Tornato a Roma, è grazie ad Ivo Pannaggi, eclettico artista della stagione futurista, che viene introdotto come aiuto scenografo nell’esplosivo e stimolante ambiente culturale di Anton Giulio Bragaglia e del suo Teatro degli Indipendenti. Quando il teatro di via degli Avignonesi, in cui Spadolini aveva avuto la possibilità di esordire anche come attore, fu chiuso nel 1929 perchè sgradito alle gerarchie fasciste per il suo potenziale di avanguardia antiborghese, il bell’Alberto decide di riparare in Francia, nel Midì, dove riesce in qualche modo ad arrangiarsi.

Teatro degli Avignonesi, disegno a matita degli anni Venti, eseguito da Virgilio Marchi, l’artista cui Bragaglia aveva dato incarico di allestire gli interni

Non potendo dimostrare stabilità lavorativa e mezzi di sostentamento, nel 1930 viene espulso e rimpatriato in Italia. In quello stesso anno si ha notizia di un suo ritorno al Vittoriale, dove Gabriele D’Annunzio gli fa avere una cospicua somma per rientare nel Paese Transalpino: quarantamila lire, cifra assai sostanziosa per il tempo. Un possibile trait-d’union fra i due potrebbe essere stata la comune appartenenza alla confraternita mistico-esoterica dei Martinisti. Di D’Annunzio – alias Ariel – è nota la sua affiliazione ai circoli del Saint-Martin; di Spadolini gli intimi raccontarono l’adesione ai Rosacroce, iniziato a Marsiglia; e che il suo nome incognito fosse Alberto Magno, in omaggio al grande ermetista medievale.

Dopo il suo ritorno a Parigi Spadolini, che sapeva destreggiarsi con tavolozza e pennelli, stringe amicizia con il pittore “Bellifer”. Questo non era un semplice pseudonimo ma quello iniziatico di Jules Boucher, anch’egli accolito rosacrociano, allievo dell’ineffabile Fulcanelli. In questo gioco d’incastri pare proprio che tutto torni. A volte infatti nelle tele di Spadolini – ad onor del vero non di eccelso livello – è possibile cogliere allusioni e sottotesti che rimandano alla tradizione massonica, destinati alla decriptazione degli adepti.

Nella Ville Lumière degli anni Trenta, Alberto Spadolini sembra quasi ripercorrere le tappe di un novello Rodolfo Valentino, anziché Oltreoceano stavolta sulle rive della Senna. Profilo perfetto, sguardo ammaliatore, modi raffinati, corpo atletico e scultoreo, perciò ostentato preferibilmente senza veli, si esibisce come ballerino per le platee dei music-hall parigini, al fianco di Josephine Baker, stella della rivista internazionale. Si fa fotografare al fianco di donne bellissime, come Marlene Dietrich, Dora Maar, Suzy Solidor, delle quali però si conoscono le inclinazioni saffiche. Al contempo, di alcune sue frequentazioni maschili è nota l’omosessualità; come Cocteau, Jean Marais o l’ambiguo principe russo Felix Yusupov. (che in privato amava presentarsi in abiti femminili). Non stupirebbe sapere che in quei contesti disinvolti il fascinoso Alberto non abbia disdegnato attenzioni da parte del suo stesso sesso.

Uno dei celebri ritratti dello statuario Spadolini, eseguiti dallo studio Piaz di Parigi negli anni Trenta

Alla metà degli anni Trenta una fortunata tournée lo porta negli Stati Uniti dove bissa il successo che stava riscuotendo in Francia.

Di ritorno in Europa, luci ed ombre finiscono con addensarsi sul suo soggiorno francese, al punto che si ventila una sua attività di intelligence, negli anni cruciali di preparazione alla guerra, al pari della partner Baker. Probabilmente agì da informatore ai reparti della Resistenza, sui movimenti dei nazisti in Francia. L’attività di spionaggio forse continuò anche nel periodo postbellico.

Dello Spadolini pittore, negli ultimi anni gli eredi, dopo la riscoperta del personaggio, hanno voluto magnificare le doti, ma i quadri a sua firma, che sono stati esposti in mostre finalizzate a incrementrrne il mercato, hanno un carattere decisamente naïf, da pittore della domenica, come si diceva un tempo, con un’altalenante discontinuità di stile. Il periodo più prolifico è quello che risale agli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’attività sulle scene rallenta e Spadolini può dedicarsi con maggiore assiduità ai pennelli, affinando così la sua mano, per certi versi da autodidatta, refrattario alle tendenze del mutato panorama artistico internazionale.

1946: Alberto Spadolini al cavalletto mentre dipinge un quadro a tema religioso (coll. De Mas)

Un suo dipinto giovanile di San Francesco, di quando non era ancora ventenne e da lui donato al padre Angelo, era stato da questi venduto allorché, licenziato per il suo rifiuto ad aderire al partito fascista, si era trovato in ristrettezze economiche. Quando nel 1937 Spadolini fu negli Stati Uniti venne a sapere che la tela si trovava nella chiesa di Bradford e se ne fece fare una fotografia, a ricordo e testimonianza dei suoi primi passi pittorici.

Alberto Spadolini, quadro giovanile di San Francesco (1926), ritrovato in una chiesa di Bradford, negli Stati Uniti

Nel 1933 la pittrice milanese Teodora Clerici Tremi, che allora godeva di una certa considerazione negli ambienti meneghini, lo ritrae nudo a figura intera; e i due, Spadolini e l’artista lombarda ai lati del quadro, si guadagnano una foto in prima pagina della rivista letteraria francese “Comoedia” del marzo di quell’anno.

Numero del 19 marzo 1933 della rivista francese “Comoedia”, con l’articolo dedicato a Spadolini e alla pittrice Teodora Clerici Tremi
Alberto Spadolini in rosso pompeiano (particolare, 1933), ritratto della pittrice milanese Teodora Clerici Tremi

Anche del pittore italiano Luigi Corbellini, piacentino, anche lui in quegli anni in cerca di fortuna in Francia, si conosce un ritratto del ballerino in abito da torero, datato 1939.

Luigi Corbellini, ritratto di Spadolini vestito da torero (1939)
Alberto Spadolini in costume da torero
Alberto Spadolini, autoritratto (1940c.)

Spadolini, che vezzosamente i cugini francesi avevano ribattezzato Spadò, si ritagliò uno spazio anche nel cinema d’Oltralpe, con partecipazioni di contorno in film degli anni Trenta come L’Épervier (1933) con Charles Boyer, Marinella, con il cantante còrso Tino Rossi, del 1936; Le monsieur de cinq heures (1938). Degno di menzione è invece il suo cortometraggio musicale Nous, les Gitans girato nel 1950, di cui Spadolini è ideatore e regista; nonché interprete di una danza orgiastica particolarmente suggestiva, tra apollineo e dionisiaco. La pellicola è stata restaurata dalla Cinémathèque Française ed è possibile vederla in rete.

Nel dopoguerra e negli anni Cinquanta viaggia molto, dividendosi fra esposizioni di quadri, in diversi Paesi europei, e partecipazioni a varietà teatrali, anche italiani, ancora applauditissimo ballerino, da un passato di tutto rispetto. A Milano è ingaggiato dalla compagnia della popolare soubrette Marisa Maresca, a fianco di Walter Chiari. E’ il 1946 e le riviste hanno titoli come “Polvere di stelle” e “Se vi bacia Lola”. Lo segue nei suoi spostamenti la contessa Yvette Bordon de Marguerie, che Spadolini presenta come sua gelosissima fidanzata. Espediente questo che talora può rivelarsi utile per tenere a distanza qualche ammiratrice più intraprendente e non gradita.

Articolo della giornalista Mila Contini dedicato al ritorno sulle scene milanesi di Spadolini, apparso sul numero di febbraio 1947 della rivista di spettacolo “Hollywood”

Nel 1940 il tribunale di Macerata aveva rettificato il cognome paterno in Spadellini, ma Alberto preferì conservare sulle locandine, sulle tele e sui cataloghi di mostra, quello che gli aveva dato la notorietà.

A Fermo nelle Marche, dove d’estate era solito tornare per le vacanze al mare, in quegli anni organizza un atelier presso l’abitazione delle sorelle Giorgia e Maria ormai Spadellini.

Negli ultimi anni lo troviamo insospettabile devoto di Padre Pio – al quale erano personalmente legati i suoi familiari – che Alberto aveva conosciuto in Puglia e per conto del quale promosse una raccolta di fondi da destinare all’ospedale che il frate delle stigmate stava costruendo a San Giovanni Rotondo.

Cartolina che nel 1971 Alberto Spadolini, devoto di Padre Pio, spedì dal santuario di San Giovanni Rotondo alla compagna Yvette Marguerie
Alberto Spadolini ritratto assieme all’amica del cuore, contessa Yvette Marguerie
Alberto Spadolini, ritratto di Yvette (1956)

Spadolini muore a Parigi il 17 dicembre 1972, due giorni prima di compiere 65 anni. Riposerà nel piccolo cimitero di Saint Ouen, alla periferia della città francese.

La sua vita è segnata dall’arditezza dei contrasti: dalle pulsioni spiritualistiche che lo portano ad abbracciare i voti minori da francescano, al lustrini della mondanità newyorkese o parigina; dallo spionaggio a Padre Pio; dalle alcove lussuriose alle penitenze quaresimali; dal sulfureo all’incenso.

Come insegna Nietzsche, bisognava davvero avere il caos dentro di sé per diventare una stella danzante. E le vertiginose dissonanze che coabitavano in lui hanno avuto come sintesi la compositio oppositorum a fondamento della ricerca alchemica del bagatto e del pellegrino.

REPERTORIO SPADOLINI

Il pavimento a scacchiera
Le ombre del Rebis
Il Tau e l’uscita dalla grotta
Il sacro
Le colonne del Tempio
La luce della danza
Bozzetto per l’Arena di Verone
Alberto Spadolini, la fontana della vita ispirata all’Hypnerotomachia Polyphili, Venezia 1499
Alberto Spadolini, L’asceta (1946), un rimando alla montagna sacra dei filosofi, illustrazione da Geheim Figuren der Rosenkreuzer, Altona 1785
1948, Montmartre. Un colorato omaggio alla joie-de-vivre della città che gli aveva decretato il successo. Senza dimenticare il ludus puerorum della sapienza alchemica e l’ammonimento di Eraclito: Il tempo è un bimbo che gioca, con le tessere di una scacchiera; di un bimbo è il regno
Eraclito gioca a dadi con i fanciulli di Efeso, da Le Sorti di Francesco Marcolino da Forlì intitolate Giardino di Pensieri, Venezia 1540
Alberto Spadolini, Omnes feriunt ultima necat, schizzo a penna del 1952. Quasi un gabinetto di riflessione

NOTA: per informazioni biografiche e apparato iconografico di Alberto Spadolini si è potuto attingere al copioso materiale raccolto e pubblicato dal nipote dell’artista, Marco Travaglini

1 Comment

  1. Se non vado errato, fu amico del principe Felix Yusupov, l’assassino di Rasputin.
    E sempre se la mia memoria non minigonna, entrambi martinisti.

    "Mi piace"

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