Vite parallele: Coppedè e Brasini, intrusi del Novecento romano

Nella Roma fra le due guerre del secolo scorso, due architetti – Gino Coppedè ed Armando Brasini – sono accomunati dal loro porsi in netta contrapposizione con quelle che erano le istanze di modernità e rinnovamento che connotavano l’Italia e l’Europa di quei decenni. Tanto da passare come inattuali o anacronistici in quel loro rifugiarsi nelle pastoie di un eclettismo di datazione ottocentesca che come in un frullatore mescola suggestioni iconografiche attinte dal medioevo, dal rinascimento o dal barocco, sì da sembrare più scenografi che architetti; proprio in anni in cui gli artisti sentivano fortemente l’esigenza di sperimentare e sfidare se stessi.

Gino Coppedè al Castello MacKenzie di Genova (ritratto nell’affresco del fratello Carlo nell’atrio del castello e fotografato sulla torre)
Armando Brasini, in pompa magna come cavaliere di Gran Croce e in una caricatura del 1922 disegnata da Cesare Annibale Musacchio

Anche gli architetti di regime, in quello che fu il nostro fatale Ventennio, pur muovendosi nell’ambito delle direttrici politiche, furono capaci di trovare soluzioni e linguaggi originali, di cui a distanza di un secolo si apprezza il guizzo creativo degli esiti formali raggiunti dal movimento razionalista di casa nostra. Si pensi a Libera, a La Padula, a Terragni, le giovani leve dell’architettura, nati agli inizi del nuovo secolo, ormai liberatisi dalle strettoie delle accademie passatiste.

Invece nel caso di Coppedé e di Brasini, cresciuti e formatisi nel secolo precedente, tutto questo viene a mancare (forse proprio perché entrambi non architetti nel tradizionale senso tecnico del termine, ma provenienti da scuole di disegno che ne hanno condizionato l’orientamento). Vediamo allora quale sia il filo rosso che – pur non essendovi tra loro alcun rapporto anagrafico, biografico, tantomeno professionale – li unisce, persino psicologicamente. Il fiorentino Luigi Coppedè, comunemente Gino, nasce nel 1866. E’ una bilancia, venuto al mondo il 26 settembre. Il romano Armando Brasini è più giovane di 13 anni, essendo nato nel 1879, il 21 settembre, vergine con cuspide in bilancia, entrambi inguaribili esteti, disegnatori di primissima qualità.

Quando Coppedè, che ha già lavorato a Firenze e a Genova, dove ha consolidato il suo crescente inarrestabile successo, arriva a Roma alla fine della prima guerra mondiale, è già un maturo cinquantenne e la sua cifra poetica è ormai delineata. Quel pastiche di colonnine, torrette, pinnacoli, comignoli, altane, mosaici, graffiti, affastellati come in un bozzetto teatrale, una sorta di compendio di caratteri stilistici dell’architettura, che ha fatto la sua fortuna tra i facoltosi committenti dei castelli liguri, viene riproposto nella Capitale dove giunge al seguito della genovese Società Edilizia Moderna. Era stato scelto per costruire un intero quartierino gravitante su Piazza Quadrata, destinato alla borghesia impiegatizia capitolina; e dal nome dell’architetto è oggi noto fra i molti suoi estimatori romani.

Gino Coppedè, il quartiere della Società Edilizia Moderna, disegno a volo d’uccello

Costoro rimangono colpiti proprio da quei “lustrini”, dall’esuberanza e dalla fantasmagoria di quel che potrebbe benissimo essere il teatro di posa di un film di Pastrone, quei kolossal del muto alla Cabiria; senza in realtà interrogarsi su cosa ferveva negli studi di architettura a Vienna o Berlino, dove Loos, van der Rohe o Gropius tracciavano le linee guida del Novecento.

Cabiria, 1914
Locandina americana del film muto italiano Teodora del 1922, che si avvale della scenografia di Armando Brasini

Gino Coppedè è un eccentrico personaggio che nella sua magniloquenza sopra le righe ama atteggiarsi a maestro rinascimentale, panneggiato in ampi camicioni e basco floscio alla raffaellesca, volutamente calato in atmosfere e mode di un tempo che fu. Persino i rivestimenti in travertino dei suoi palazzi di via Dora e piazza Mincio, venivano antichizzati per non stonare con lo stile dichiaratamente antimoderno di questa architettura. Per ottenere l’effetto desiderato, a fine opera, Coppedè lasciava bruciare fascine di legname fresco; con questo artificio, il nerofumo sprigionato simulava la patina di un invecchiamento naturale.

G. Coppedè, arco dei palazzi degli ambasciatori (1920-27)
Il complesso degli ambasciatori inquadrato da via Dora (1920-27)
Il corpo del complesso degli ambasciatori con ingresso da via Brenta. L’aspetto un po’ tetro della costruzione rispecchia il carattere umbratile del Coppedè
Palazzo del ragno e fontana delle rane
Dettaglio dell’arco d’ingresso, con la tela di ragno che dà il nome al palazzo (e rimanda al numero otto della tradizione cabalistica)
G. Coppedè, palazzo Ospes Salve
Ingresso di palazzo ospes salve
Le due colonne, senza alcuna funzione statica, sulla facciata del palazzo al civico 2 di piazza Mincio possono essere associate alle colonne Jachin e Boaz del glossario massonico
G. Coppedè, villino delle fate
Decorazione sulla torre del Castello delle Fate: la ruota dello zodiaco
Coppedè e la Società avevano previsto anche un edificio scolastico per i figli delle famiglie del quartierino. Oggi è sede del liceo Avogadro. Interessante il rimando al gallo esoterico, ben noto a chi accede al gabinetto di riflessione

La sua è essenzialmente un’architettura di esterni, che privilegia le facciate e l’insieme di volumi a discapito degli interni. Le planimetrie degli appartamenti infatti – nonostante la profusione di cornici, decori, stucchi, controsoffitti, lampadari, piastrelle e pavimenti alla veneziana – sotto il profilo distributivo non sono altrettanto adeguatamente funzionali.

G. Coppedè, Impianto planimetrico del complesso degli Ambasciatori

Sono molti gli indizi iconici da lui lasciati negli edifici di questo quartierino, che fanno sospettare l’appartenenza ad una qualche confraternita iniziatica, anche se non si ha contezza di una sua affiliazione massonica.

La simbologia muratoria del gallo, della lucertola, della rana, del ragno, della scacchiera, della melagrana, delle due colonne di Hiram, il cielo stellato etc. sono qui sparsi un po’ dappertutto. Cercarli e scovarli è diventato un esercizio da esoteristi.

Non è improbabile che, soffocato dalle sue stesse ossessioni, abbia finito con il togliersi la vita. La sua morte, ufficialmente per necrosi polmonare, avviene a Roma nel 1927 alla vigilia del suo sessantunesimo compleanno, il 20 settembre, proprio quando sta portando a termine il complesso che gli ha dato maggior notorietà. Sarà tumulato a Firenze, sua città natale, nella tomba di famiglia al cimitero di San Miniato.

Schizzo del villino delle fate, dalla mano di Coppedè su carta intestata della Societò Edilizia Moderna
Disegno estemporaneo di Gino Coppedè (sezione del villino delle fate)

Anche per Armando Brasini si è soliti parlare di appartenenza massonica, vista la sua familiarità con simboli alchemici e i numerosi riferimenti esoterici distribuiti nella sua opera architettonica.

Come accade per Coppedè, Brasini sembra non sentirsi a proprio agio nel proprio tempo e cerca rifugio nella costruzione mentale di un passato che lo rassicuri, in cui convivono senza soluzione di continuità epoche e stili, differenti fra loro, in una sorta di mistico eterno presente in cui le coordinate spaziotemporali vengono a cadere. Se si è parlato del timbro scenografico di certe loro architetture, è bene ricordare che lo stesso Brasini nei primi anni ’20 si dedicò realmente al cinema, curando scene e costumi dei film Teodora e Quo Vadis? pietre miliari del muto italiano (che allora si girava a Torino) e a lui congeniali nella spettacolarità di cartapesta che di fatto caratterizzerà le sue architetture urbane.

Nel 1927, proprio quando Coppedè muore, Brasini ha 48 anni ed è nel pieno della sua ascesa professionale, sotto la benedizione del Duce in persona.

Alle spalle, nel suo curriculum può già vantare opere come l’ingresso monumentale al giardino zoologico, di taglio ancora liberty e la famigerata villa Manzoni del 1919.

A. Brasini, ingresso monumentale del giardino zoologico (1911)
A. Brasini, villa Manzoni (1918-20) durante gli anni dell’abbandono

Questa imponente costruzione immersa nella campagna romana sulla Cassia è quasi una trasposizione delle ville manieriste del tardo Cinquecento, ma la sua peculiarità sta nella leggenda che le si è cucita addosso. Giocando sulle sulfurea fama di cabalista che Brasini aveva alimentato e sulle sue frequentazioni da esoterista, è cresciuta la credenza che la casa fosse infestata da fantasmi e che fosse portatrice di sventure. Col tempo la villa, costruita per un ramo romano della famiglia del Manzoni autore dei Promessi sposi, fu abbandonata e, caduta in rovina, divenne ricettacolo per sbandati e satanisti, Si è diffusa perciò la diceria che qui si celebrassero messe nere, che le finestre cigolassero anche senza vento, fra rumore di catene e gemiti di anime dannate.

Nel blasone, che Brasini aveva disegnato da sé, composto da tre colline, una mezza luna ed un leone sdraiato, si è voluto leggere un rebus per iniziati. Certamente la luna ed il sole (rappresentato qui dal leone) rimanda al tempio liberomuratorio dove, ai lati del triangolo con l’occhio del Grande Architetto, campeggiano i due corpi celesti simboli del maschile e del femminile, dell’asciutto e dell’umido. Una valenza esoterica hanno certamente i molteplici indizi allegorici sparsi un po’ ovunque. Come la mattonella visibile in fondo alla scalinata dinanzi all’entrata, ove Brasini ha disegnato tre cerchi inscritti in un quadrato, chiara allusione alla quadratura del cerchio. E, come se non bastasse, nelle notti di novilunio, in virtù di un particolare fenomeno di luminescenza, i contorni del quadrato sembrano arretrare in sottofondo mentre emergono in primo piano i cerchi ancora più vividi.

La sua carriera romana, favorita dalle aderenze politiche, proseguirà negli anni ’30 senza sosta, mentre nel frattempo costruisce per se stesso la villa sulla via Flaminia ribattezzata “il castellaccio di Brasini” (un collage da antiquario dove incastonerà i reperti che a mano a mano riesce a collezionare durante gli sciagurati sventramenti della nuova Roma mussoliniana).

Il castellaccio di Brasini a via Flaminia (1932-38)

Si susseguono così: il Museo del Risorgimento al Vittoriano; il palazzo dell’INAIL a via Quattro Novembre; il complesso del Buon Pastore a Bravetta (quasi un capriccio piranesiano); la chiesa del Sacro Cuore di Maria a piazza Euclide; il ponte Flaminio. Sarà attivo anche a Napoli, a Taranto e in Albania. Le sue compromissioni con il regime, unitamente alla retorica monumentalità di certe utopie progettuali, non gli ha certo spianato i favori della critica post-bellica.

A. Brasini, Museo del Risorgimento (1929-1930)
A. Brasini, il palazzo dell’INAIL a via Quattro Novembre (1928-1934)
Armando Brasini fotografato accanto al plastico dell’INAIL. Altissimo livello delle sue doti grafiche
La torre del palazzo INAIL che affaccia verso i giardini di palazzo Colonna, Si può qui apprezzare la precisione da antico maestro nei disegni di progetto
A. Brasini, complesso del Buon Pastore a Bravetta (1933-40)
A, Brasini, Sacro Cuore di Maria a piazza Euclide (1921-52)
Il progetto per piazza Euclide prevedeva una enorme cupola barocca, che – forse fortunatamente – non è stata realizzata, lasciando all’edificio quell’aspetto di “non finito” (in senso massonico) che ha giovato al risultato finale
A. Brasini, ponte Flaminio (1938-52)

Muore ottantacinquenne a Roma il 18 febbraio 1965, pago delle onorificenze conquistate nel corso della sua lunga attività: da Membro del Consiglio superiore delle Belle Arti e della Commissione del Comune di Roma ad accademico di San Luca e dell’Albertina di Torino; da Cavaliere Magistrale dell’Ordine di Malta a Cavaliere di Gran Croce della Corona d’Italia.

Coppedé e Brasini, due intrusi nella Roma del secolo scorso, come il cancer dello zodiaco – il granchio – hanno fatto del percorso zigzagato avanti e indietro nel tempo, la propria chiave di lettura. con testa e sguardo rivolti al passato, senza riuscire a farne l’interpretazione del futuro. Parafrasando per entrambi quel che ebbe a dire Debussy a proposito di Wagner: un beau coucher de soleil que l’on a pris pour une aurore.

Vignetta satirica degli anni Trenta dove Brasini viene preso in giro per i suoi ambiziosi progetti di sventramento nel centro storico di Roma, criticati dallo stesso Mussolini
Onirico progetto di Brasini per la creazione di un farneticante “foro” proprio al centro di Roma per mettere in comunicazione Montecitorio con il Pantheon (“Capitolium”, 1927-28 p. 643)

Per approfondire

M. Bissagliam N. Cozzi, I Coppedè, Sagep editrice, Genova 1982

M. Pisani, Architetture di Armando Brasini, Officina edizioni, Roma 1996

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