Grecia-Italia, andata e ritorno

Che il latino – e per proprietà transitiva l’italiano – sia in larga misura debitore nei confronti della lingua greca, è cosa notoria. Non altrettanto lo è il fatto che il neo-greco abbia mutuato dall’italiano (sia tramite le influenze delle Repubbliche Marinare e in particolare quella di S. Marco, sia tramite l’influenza commerciale e politica fra Otto e Novecento del nostro Paese nel Mediterraneo Orientale) un considerevole numero di vocaboli confluiti nel linguaggio parlato sulle rive dell’Egeo,

Uno dei più antichi e comuni è il termine σπίτι / spìti (per indicare la casa), che ha soppiantato colloquialmente il più aulico οἶκος: deriva dal latino medievale hospitium, nell’accezione originaria di foresteria. Ma anche παλάτί / palàti (palazzo) è figliolanza del latino palatium,

Nello specifico, con riferimento al glossario architettonico che più ci coinvolge, l’elenco si fa interessante e procediamo per ordine alfabetico (rammentando che la pronuncia del neogreco ha subìto un sensibile adattamento fonetico. A titolo esemplificativo: la β (beta) diventa vu; i digrammi μπ (mi-pi) e ντ (ni-tau) si leggono rispettivamente bi e di.

Si va da “aréna” ad “armàrion” (armadio), da “berànta” (veranda) a “bernìki” (vernice); da “bìlla” (villa) a “bitrìna” (vetrina). E ancora: “galarìa” (galleria); “gketto” (ghetto); “kanghèllo” (cancello); “kampìna” (cabina); “kantìna” (cantina); “kollèghio” (collegio); “kolòna” (colonna); “kouzìna” (cucina); “lokànta” (locanda); “maghiòlika” (maiolica); “màstoras” (mastro); “mòstra” (vetrina); “mpalkòni” (balcone); “mpaoùlo” (baule); “mpoùnia” (bugna); “parapèto” (parapetto); “piàtsa” (piazza); “pìsta” (pista); “pòrta” (porta); “poutzolàna” (pozzolana); “rotònta” (rotonda); “sàla” (sala); “skàla” (scala); “stìba” (stiva); “stràta” (strada); “tabèrna” (taverna); “tapetsarìa” (tappezzeria); “taràtsa” (terrazza); “témpera” (tempera); “tsiménto” (cemento); “tsiminièra); “famprika” (fabbrica).

Come si può notare, parole come “kolòna” o “pòrta” – che pure conservano il lemma colto del greco antico (στύλος / stylos e πύλη / pyli) – nella quotidianità hanno una diffusione molto più ampia.

Del resto nell’uso comune sono tantissime anche le espressioni e i modi di dire di derivazione italiana. Dall’inevitabile “mia fàtsa mia ràtsa” (una faccia una razza) con cui vengono accolti i nostri connazionali al loro arrivo in una qualsiasi isola, grande o piccola, dell’Arcipelago; ai più insospettabili: “alàrga” (alla larga); “amakadòros” (scroccone dalla forma dialettale “a macca”, cioé “a scrocco”, del nostro Settentrione); “kapàtsos” (scaltro); “kouràghio” (coraggio); “koumpàros” (compare); “mparoùfa” (baruffa); “tsarlatànos” (ciarlatano); “finétsa” (finezza); e tantissimi altri che non staremo qui ad elencare.

E persino uno dei capisaldi del cibo da strada nei vicoli del Pireo, il “souvlàki”, spiedino di carne alla griglia (che in greco antico era invece “òbelos”), deve la sua origine nientemeno che al latino tardo subula – pronunziato suvula, da cui “sùvla” e il suo diminutivo – lo stecco di legno in cui si infilza lo spezzatino da arrostire.

ippoton

IN ALTO: Rodi, Odòs ton Ippotòn. Albergo della Lingua d’Italia

Paradigma di questo rapporto tra la cultura italiana e la Grecia dell’età moderna: la via dei Cavalieri a Rodi, con l’Albergo della Lingua d’Italia. L’isola degli “Ippotòn” (ma nel parlare comune in Grecia cavaliere è anche detto “kavalièros”) diviene emblema, sin dal periodo medievale, del rapporto fra i Latini (i Franchi, i Genovesi, i Veneziani) e le genti di quelle contrade. Da lì, da quella stagione storica e dai secoli della Serenissima a Creta o nelle Isole Ionie, si innesta l’apporto linguistico che alimenta il neo-greco. Più tardi, a rispolverarne il ricordo, la presenza italiana nel Dodecaneso, dopo la guerra italo-turca agli inizi del secolo scorso e che durerà sino alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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