Mar Mediterraneo sistema di vasi comunicanti

Nella scala di rappresentazione del globo terracqueo il Mediterraneo costituisce un esiguo lembo di mare, ritagliato alla convergenza delle masse continentali africana ed eurasiatica.

Sia pure di modesto significato geografico, vantando non primati di estensioni o profondità, né particolarità morfologiche ma, semplicemente, panorami scenografici e un godibile clima, il mar Mediterraneo è di eccezionale valenza nella storia dell’umanità perché affollato crocevia nell’ininterrotto flusso di civiltà che ivi si sono affacciate.

Da una estremità all’altra del suo bacino, nelle quattro direzioni cardinali, si sono intersecate le correnti di popoli che, nel susseguirsi dei secoli, ne hanno modellato immagine e profilo. Quasi a seguire la traiettoria solare, la progressiva storica è da oriente verso occidente: dai Fenici, attraverso i Cretesi, sino agli Etruschi, le prue puntano ad est.

Nel Medio Evo l’uomo europeo, ormai adulto, percorre a ritroso il suo cammino spirituale per risalire alle origini del mito, dell’arte, della sapienza. E’ così che due mondi, diversi tra loro non solo per fattezze e costumi ma anche per culto e linguaggio, vengono a contrapporsi; all’inizio violentemente, poi – a poco a poco – con la curiosità di compenetrarsi.

A differenza dell’Evo Antico, questa volta sono le genti marinare d’Italia, i Normanni, i cavalieri franchi a lasciare l’impronta del loro passaggio nei silenti ed arcani paesaggi del Levante; castelli merlati, chiese e conventi latini, palazzi veneziani, simili per tipologia e caratteri architettonici alle coeve costruzioni che ritroviamo nel versante europeo – dopo la rinascita dall’anno Mille sino al travolgimento della conquista ottomana – testimoniano dalla Dalmazia al Peloponneso, da Cipro alla Siria, dal Mar Morto al Sinai, una particolare, suggestiva stagione di queste lande.

Oggi le pacifiche masnade di turisti europei, in scorribande estive per le plaghe del Mediterraneo, in cerca di abbronzature e tuffi in acque trasparenti, fan dimenticare alle genti locali che quelle regioni per secoli furono percorse da coloni, cavalieri, mercanti, e avventurieri. Gli Italiani, che si sparpagliano per i vicoli di cittadelle e roccaforti del Mar di Levante o del Nord-Africa, fanno risuonare per quelle stesse strade le sonorità ciarliere della lingua di Genovesi, Pisani, Amalfitani o Veneti che battevano le rotte dei commerci e delle crociate. Focalizzare l’obbiettivo su ciò che accomuna piuttosto che su quanto possa alimentare rancori ed ostacoli all’integrazione., è l’assunto del presente scritto, con particolare attenzione al quadro storico-architettonico delle comunità elleniche nell’Italia insulare e pensinsulare; delle città venezìane lungo l’Adriatico; degli avamposti franco-veneti nell’Egeo e a Cipro; delle contee crociate in Terra Santa. Come la storia insegna, il Mediterraneo è un sistema di vasi comunicanti tra i quali lo scambio, assai spesso con il relativo accrescimento spirituale, è ineludibile.

La recente decisione del primo ministro turco di riabilitare Santa Sofia a luogo di culto islamico, è un diversivo politico per ingraziarsi simpatie e voti del conservatorismo musulmano, con la finalità di provocare i malumori del suscettibile confinante greco e fare la voce grossa con l’Europa che, puntualmente gli sbarra le porte. Il risultato è che Erdogan con un sol colpo cancella 85 anni di storia e vanifica quella che fu l’illuminata presidenza di Kemal Atatűrk. Questi, non a caso affiliato alla massoneria e sensibile alle istanze di uno stato laico e non confessionale, è consapevole che Santa Sofia – uno dei più antichi e fulgidi esempi di architettura bizantina, trasformato in moschea dopo la conquista del sultano, oscurandone i preziosi mosaici sotto uno strato di calce – aveva il diritto di riappropriarsi dell’originario splendore. Pur senza tornare alla primigenia liturgia cristiana, fu deciso che l’edificio giustinianeo costruito da Isidoro di Mileto poteva essere riaperto come museo, tempio all’umanesimo e testimonianza di arte, storia e bellezza.

Questa contingenza della cronaca ci porta a considerare come non sia nuova la consuetudine di riadattare alle mutate realtà religiose, le antiche preesistenze cultuali dei gruppi sociali sottomessi.

Riprendendo fra le mani le dispense del professor Giuseppe Zander, stimatissimo architetto, apprezzato per la sua felice mano calligrafica, che ebbi come insegnante al corso di Specializzazione in Storia e Restauro dei Monumenti nel 1979, mi sono soffermato sulle pagine, rigorosamente scritte a mano, che raccontano i molteplici esempi di riuso di templi pagani da parte della nuova religione ufficiale post-costantiniana. In FIG. 1 e FIG. 2 alcuni stralci della descrizione del Partenone e del Pantheon redatti da Zander.

FIG. 1 Zander 1

FIG. 2 Zander 2

 FIG. 1 e FIG. 2: pagine manoscritte dalle dispense del prof. G. Zander (1979)

Teodosio (379-395) perseguì con ogni forza il paganesimo: il santuario di Eleusi viene chiuso e gran parte dei templi di Atene vengono concessi alla nuova fede. Risale al tempo di Teodosio II (408-450) la trasformazione del Partenone – consacrato ad Athena Parthenos, cioè Puella et Virgo – a chiesa della Vergine Maria.

In FIG. 3 una veduta del cartografo e acquarellista francese Pierre Peytier, che fu in Grecia negli anni ’30 del XIX secolo, presenta il Partenone ridotto in rovina dalle cannonate dei Veneziani al comando del Morosini nel 1687. Al suo interno nel 1715 era stata innalzata una moschea dai conquistatori ottomani, così come ancora appare al Peytier inquadrata da nord-est; sarà rimossa in occasione dei restauri del monumento condotti dal neonato Regno di Grecia, finalmente affrancatosi dai Turchi. Il disegno fa parte di un album compilato dal Francese e pubblicato in The Peytier Album in the Stephan Vagliano Collection, National Bank of Greece, Athens 1971.

FIG. 3 Pierre Peytier Partenone

FIG. 3: Pierre Peytier, veduta del Partenone e moschea (1833 c.)

Sull’Acropoli, l’Eretteo fra VI e X secolo subisce radicali trasformazioni: il naòs viene tripartito in navate, con abside interno, e destinazione ecclesiale.

L’Asklepion, il tempio di Esculapio a sud dell’Acropoli diventa basilica paleocristiana con nartece ed atrio. Anche la Stoà di Adriano, che però era un edificio di architettura civile, è trasformata in chiesa della Megali Panaghìa, di impianto tetraconco, cioè quadriabsidato, a tre navate.

Infine il cosiddetto Theseion (in realta tempio di Efesto), nell’agorà, diventa chiesa dedicata a S. Giorgio, il cavaliere vittorioso che sconfigge il drago. Per la capitale ellenica Zander in bibliografia rimanda al testo di Yannis Travlòs del 1960, Poleodomikì exèlixis ton Athinòn (sullo sviluppo urbanistico di Atene).

Nel 550 d.C. un editto di Giustiniano, imperatore d’Oriente, sotto la cui giurisdizione era ancora l’Egitto, impone la chiusura dell’Iseion di Philae, che viene trasformato in chiesa di fede cristiana. Non è ancora possibile stabilire se i fanatici iconoclasti che, armati di mazzetta e scalpello, cancellarono dalla facciata le immagini sacre della dea fossero i primi cristiani o qualche secolo dopo i seguaci di Maometto (George Saumeron, 1961). La FIG. 4 mostra la croce copta incisa tra i geroglifici sulle colonne del tempio tolemaico di Philae dedicato ad Iside.

FIG. 4 croce copta

FIG. 4: tempio di Iside a Philae, croce copta all’ingresso del primo pilone (da Egittologia.net Magazine, bollettino n. 4, 2012, p. 13)

Persino sulle pareti interne di Luxor, nel sacello che i Romani al tempo di Diocleziano avevano dedicato al culto dei Tetrarchi e che poi sarà trasformato in cappella cristiana (forse dedicata ai SS. Quattro Coronati con tanto di aureola), nei brani di affresco superstiti si è voluto riconoscere gli apostoli, stratificati sulle antiche figurazioni inneggianti ad Amon (FIG. 5/a e FIG. 5/b).

FIG. 5 a. 1855 George Sausmarez acquerello

FIG. 5/a: General George de Sausmarez, acquerello del santuario romano all’interno del tempio di Amon a Luxor (1855)

FIG. 5 b. Restituzione grafica

FIG. 5/b: restituzione grafica del sacello dei Tetrachi a Luxor, in seguito convertiti in santi (da Aurea Roma. Dalla città pagana alla città cristiana, “L’Erma” di Breitschneider, Roma 2000, p. 19)

A Siracusa, in Sicilia, sull’isola di Ortigia, nel VII sec. dell’era cristiana, il tempio dorico di Athena diventa il duomo della città, e con l’occasione vengono murati gli intercolumni (FIG. 6/a e FIG. 6/b, esterni ed interni nelle stampre di A. F. Lemaitre in Artaud e La Salle, Italie. Sicile, Parigi 1835). Nel tempo l’impianto dovrà affrontare ampi rimaneggiamenti e integrazioni. Sempre in Sicilia, ad Agrigento, il tempio della Concordia subisce analoga sorte e diventa S. Gregorio delle Rape. In questo modo il nucleo dell’antico tempio ha potuto preservarsi nel tempo, sino a che alla fine del XVIII secolo l’edificio sarà liberato dalle sovrastrutture e grazie al restauro potrà tornare alle sue armoniose forme originarie, quale oggi conosciamo (FIG. 7, stampa del 1891).

FIG. 5 Siracusa 1835

FIG. 6 interno Siracusa 1835

FIG. 6/a e FIG. 6/b: duomo di Siracusa, esterno ed interno nelle incisioni di A. F. Lemaitre (1835)

FIG. 7 1891 Concordia

FIG. 7: tempio della Concordia ad Agrigento, stampa (1891)

A Roma, nella Capitale dell’Impero che aveva unificato il Mediterraneo facendolo divenire Mare Nostrum, quasi non si contano le metamorfosi da edifici pagani a basiliche e chiese. Ironia della sorte, proprio la civiltà romana che in campo spirituale aveva mostrato tolleranza e apertura verso le varie credenze religiose dei molti popoli conquistati, spesso accogliendo nell’olimpo latino le divinità più disparate (da Serapide a Cibele, da Attis a Mithra), e innalzando loro altari anche nell’Urbe, con il cristianesimo si mostrarono refrattari e proprio dal cristianesimo il politeismo inclusivo dei Gentili finì con l’essere scalzato. Primo fra tutti a capitolare è il Pantheon, omaggio a tutti gli dei, ancor oggi funzionante con il titolo di S. Maria ad Martyres, dopo che qui papa Bonifacio IV, ottenuta l’autorizzazione dall’imperatore di Bisanzio Phokàs (602-610, lo stesso della splendida colonna onoraria al Foro), vi fa trasportare dalle catacombe le ossa dei martiri cristiani. In FIG. 8 sono ancora visibili i due campaniletti laterali aggiunti dal Bernini, presto ribattezzati “le orecchie d’asino” del Pantheon. La foto d’epoca è antecedente il 1883, anno in cui durante i lavori di restauro filologico del monumento si provvide alla loro rimozione.

FIG. 8 Pantheon

FIG. 8: Roma, il Pantheon in una foto d’epoca (ante 1883)

Dell’872 è la trasformazione del tempio della Fortuna Virile al Foro Boario nella chiesa di S. Maria Egiziaca; nello stesso scorcio temporale, sempre al Foro Boario, il tempio rotondo detto di Vesta è consacrato a S. Stefano protomartire (diventerà della Madonna del Sole secoli dopo). Né furono risparmiati edifici civili, come la Curia senatoria che sotto papa Onorio (625-640) diviene chiesa di S. Adriano. Solo nel secolo scorso, durante i lavori di sistemazione urbanistica dell’area del foro, di via dell’Impero e della via del Mare, queste tre chiese, bonificate dalle superfetazioni, furono riportate al loro assetto ed aspetto romano.

Al Foro, a pochi passi uno dall’altro, furono convertiti in chiese il Tempio di Antonino e Faustina (S. Lorenzo in Miranda, FIG. 9 in una incisione su rame del Piranesi del 1758) e il tempio al Divo Romolo (SS. Cosma e Damiano), per i quali tuttora si conserva questo insolito ma interessante ibrido fra impianto ellenistico-romano e inserti murari e architettonici medievali.

FIG. 9 Piranesi su rame 1758

FIG. 9: Giovan Battista Piranesi, veduta del tempio di Antonino e Faustina al Foro Romano, incisione su rame (1758)

FIG. 10 Caffarella

FIG. 10: Roma, S. Urbano alla Caffarella in una stampa del 1845 (da Zuccagni Orlandini)

Del X secolo è la trasformazione nella chiesa di S. Urbano alla Caffarella del mausoleo di Annia Regilla, fatto costruire da Erode Attico al Triopio (FIG. 10). La stampa è tratta dal vol. 2 dell’Atlante illustrato di A. Zuccagni Orlandini, pubblicato a Firenze nel 1845: Raccolta dei principali monumenti italiani antichi, del Medioevo e moderni.

E’ quanto accade un po’ ovunque anche fuori Roma, nei dintorni (come per il tempio della Sibilla a Tivoli, al cui interno nel X secolo si insediò la chiesa di S. Giorgio) e nell’Italia centrale. Ad Assisi, nell’Alto Medioevo, nella cella del bellissimo tempio di Minerva (di età augustea) fu ricavata la chiesa di S. Donato. Il complesso nel XVI secolo finì per essere trasformato in tempio alla Vergine – noto come S. Maria sopra Minerva – in ricordo dei suoi antichi trascorsi (FIG. 11). Lo stesso vale per Ascoli Piceno (la chiesa di S. Gregorio sorge sul tempio prostilo tetrastilo detto di Vesta) o per Alba Fucens (chiesa di S. Pietro del VI secolo).

FIG. 11 Assisi 1895

FIG. 11: Assisi, S. Maria sopra Minerva in una stampa del 1895 (da una foto Alinari)

Anche fuori d’Italia, dall’Anatolia alla Gallia, medesima sorte: ad Ancyra, l’odierna Ankara, il tempio di Augusto e Roma – il cosiddetto Monumentum Ancyranum (FIG. 12) – diventa basilica cristiana; a Nimes (la romana Nemausus nella provincia occitanica), il tempio fatto costruire da Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, in onore dei suoi due figli avuti dalla moglie Giulia, si è ben preservato nel tempo grazie alla sua trasformazione in chiesa cristiana già dal IV secolo. Oggi, depurato dalle interpolazioni, ha recuperato il proprio aspetto monumentale ed è noto come la Maison Carrée, in forza della rettilinea composizione del suo prospetto (FIG. 13, in un olio su tela di Hubert Robert del 1783, conservato all’Hermitage di San Pietroburgo).

FIG. 12 Tempio di Augusto e Roma

FIG. 12: Ancyra (Ankara), tempio di Augusto e Roma, in una incisione da Relation d’une voyage du Levant di J. P. de Tournefort (1717)

FIG. 13 Maison Carree

FIG. 13: Hubert Robert, la Maison Carrée a Nantes, olio su tela (1783)

Con questo rapido excursus è stato possibile verificare come le coordinate spazio-temporali possiedano una progressione ciclica, avvolgente, nei modi familiari alla visione degli antichi; e non un andamento lineare cartesiano quale noi moderni siamo abituati a considerare. Dobbiamo dare ragione a Nietzsche e al suo “eterno ritorno dell’uguale”: luoghi che si erano caricati di una intrinseca energia, di una misteriosa forza sacrale, hanno continuato ad esercitarla a dispetto del variare delle epoche e dei contesti, a dispetto delle evoluzioni storiche e religiose susseguitesi. Perché nell’architettura sacra, come suggerisce Heidegger, si concretizza un asse verticale magico tra mondo ctonio e piano celeste; che in quel sito perdura nel tempo.

Nella nostra storia mediterranea, proprio questo era il compito di aruspici ed àuguri etruschi quando dovevano sacralizzare l’area in cui innalzare l’edificio di culto. Con l’asta del bagatto, del mago, squadravano la proiezione di cielo corrispondente al “temenos”, allo spazio circoscritto del tempio ritagliato sulla terra. “Come in alto così in basso”, per dirla con Ermete Trismegisto.

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