E non era più un lago ma un attonito specchio di me

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema / ma pari più non gli era il mio respiro / e non era più un lago ma un attonito / specchio di me una lacuna del cuore (Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi, Torino 1965)

Lo insegnano i magistri elegantiarum: meglio togliere che aggiungere. Bisogna saper sfrondare dal superfluo un periodo letterario, eliminando quel terzo aggettivo di troppo, come caldeggiava Pirandello ai fini della funzionalità di un fraseggio asciutto. Ed è quanto invitava a fare la modista francese Chanel: la donna di classe prima di uscire si guarda allo specchio e toglie qualcosa di inutile. Lo stesso era condiviso da Loos che liberando le sue architetture da orpelli, fregi e decori per ricondurle ad una metafisica essenzialità, aveva sentenziato: Ornamento è delitto. Sino al provocatorio superamento della forma di Malevič e del suo suprematismo più spinto, con l’audacia nichilista di un Quadrato bianco su sfondo bianco.

La risposta italiana a Des Esseintes

Tutto ciò è l’opposto di quanto avviene in un autore “umido” come Gabriele D’Annunzio, la cui prosa è sovrabbondante, calligrafica, ampollosa, con una gran profusione di aggettivi, termini in disuso e vuoti giri di parole. E’ un amante infiacchito che con la sua verbosità mira a inebriare e stordire la propria preda sino a farla capitolare. Penso ai versi di una lirica come L’onda, che è tutta un susseguirsi a perdifiato di sostantivi rari e immagini preziose, concatenate convulsamente una dopo l’altra, paragonabili più ad una elegantissima partitura musicale che ad un componimento letterario. Il che ha sì un proprio valore, estetizzante più che estetico, ma che seduce l’orecchio e lascia inappagati testa e cuore. Questa sua ipertrofia stilistica non può non riflettersi nella propria vita, nella quotidianità e nel proprio habitat. D’Annunzio (Pescara 1863-Gardone Riviera 1938) è il massone superato dai tempi il cui passatismo démodé rasenta il kitsch. In effetti l’iconografia di loggia del mondo legato alla libera muratoria post 1717, a parte qualche sporadico esempio, non eccelle certo per levatura artistica. In Italia i nomi di grido appartenenti all’istituzione che nel secolo scorso hanno tenuto alto il vessillo delle belle arti figurative si contano sulle dita di una mano e tutti nati nel secolo ancor precedente: Cesare Maccari (1840-1919), Ettore Ferrari (1845-1929), Emilio Gallori (1846-1924), Cesare Bazzani (1873-1939). Solo Ferruccio Ferrazzi (1891-1978) ed Hugo Pratt (1927-1995) sono pienamente ascrivibili al Novecento. Di costoro oltretutto – chi scultore, chi architetto, chi pittore – pochi sono noti al grande pubblico.

Augusto Lozzia (1896-1962),  Ingresso al Vittoriale e Piazzetta dalmata con lo Schifamondo, 1938

“Io ho quel che ho donato” è l’aforisma dannunziano sul timpano dell’ingresso al Vittoriale. Il disegno architettonico di Maroni, che qui ha qualcosa di cimiteriale, è allineato allo stile razionalista in voga nel Ventennio littorio (prospetto post operam e di progetto) con qualche reminiscenza dei portali manieristi nell’entroterra della Serenissima Repubblica

Il rifugio dannunziano sul lago di Garda ha poco del buen retiro: è soffocante, tenebroso, sovraccarico di mobilio, suppellettili, libri, argenteria, quadri, reliquiari, sculture, lampade, tendaggi, in un horror vacui ai limiti del parossismo, entro cui il padrone di casa – con la sua frenesia di accumulo compulsivo del collezionista – sembra restare imprigionato dalle proprie manie feticistiche. Lo stesso vezzo di soprannominare i vari ambienti della villa come titoli dai pretenziosi risvolti letterari è sintomo di febbricitanti velleità superomistiche: la Prioria, la Stanza del Lebbroso, della Leda, del Mascheraio, la Zambracca, lo Scrittoio del Monco, lo Schifamondo etc. In fondo il Pescarese continua a proporsi come il dandy snob che ama stupire facendo sfoggio di tanto lusso (a dispetto dei vari creditori). Quei rari filmati d’epoca che documentano atteggiamenti e voce del “Principe di Montenevoso”, sommati alle impietose pagine del suo segretario Tommaso Antongini e agli appunti di Ugo Ojetti – che si trova a Gardone nel 1937 –  ci restituiscono un “re nudo”: impacciato, sciatto, calvo, basso, sdentato e dalla parlata chioccia, che poco ha della sensualità ammaliatrice che scorre nei suoi romanzi (T. Antongini, Vita segreta di Gabriele D’Annunzio, Mondadori, Milano 1938; idem, Quarant’anni con D’Annunzio, Mondadori, Milano 1957; U. Ojetti, I taccuini. 1914-1943, Sansoni, Firenze 1954; idem, D’annunzio. Amico, maestro, soldato, Sansoni, Firenze 1957).

Esterni del complesso del Vittoriale e particolari dell’ala nuova dello Schifamondo. Nato come una ristrutturazione del casale acquistato nel 1921, con il passare degli anni D’Annunzio, coadiuvato dall’architetto Maroni, lo ampliò sino agli anni Trenta per farne il quartier generale in cui trascorrere la stagione della vecchiaia. Gian Carlo Maroni qui riesce a coniugare architettura vernacolare e stilemi razionalisti propri del Ventennio

Lo Schifamondo, corredo fotografico dall’articolo di Marcello Piacentini del 1930, Gian Carlo Maroni architetto del Vittoriale

Il Vittoriale degli Italiani – così “il Vate” aveva ribattezzato villa Cargnacco, un antico casale di Gardone Riviera acquistato nel 1921 dal critico d’arte tedesco Heinrich Thode – fu trasformato, con l’aiuto dell’architetto Gian Carlo Maroni e grazie ai contributi economici elargiti in un primo momento da Mussolini, in un complesso di edifici in cui trascorrere il proprio splendido isolamento. Il turista che oggi si mette in fila per visitarlo può ricevere reazioni contrastanti, che vanno da quella stessa eccitazione che animava i proseliti del divino Gabriele (origine della sua mitopoietica), al fastidio di quanti diffidano di tanto cupa paranoia e non se ne lasciano circuire.

Interni del Vittoriale, con il simbolismo del numero sette nei gradini dell’ingresso come in un tempio massonico; la stanza della Musica, lo Scrittoio del Monco, la stanza del Mascheraio, l’Oratorio Dalmata, la Zambracca. In antico provenzale zambracca è la “fantesca di camera” e qui erano gli armadi per il cambio della biancheria  Sotto: Gian Carlo Maroni –  nominato dal Vate “Frater magister de vivis lapidibus” – fotografato nella stanza della Leda

maroni stanza della leda

Solo la cucina del Vittoriale – ordinata, funzionale e luminosa –  è scampata alla frenesia di accumulo del  “poeta-soldato”. Sotto: persino la sala da bagno, nota come “il bagno blu” dal colore della vasca e dei sanitari, è un affastellamento di soprammobili, ceramiche, specchi, vasi che rendono opprimente persino un ambiente destinato all’igiene personale 

Gabriele D’Annunzio era in rapporto di amicizia con il menzionato Ettore Ferrari, scultore di fama, e grazie a lui – che all’inizio del secolo ricopriva la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia – il poeta si avvicinò alla massoneria. Ma fece parte dell’obbedienza antagonista, quella Gran Loggia d’Italia (nota anche come “di piazza del Gesù”) gemmata nel 1908 da una secessione dal Grande Oriente e in questa fratellanza raggiunse il 33° grado rituale.

In seguito, quando era a Parigi con Debussy, come molti massoni di stampo esoterista fu incuriosito dal Martinismo, confraternita spiritualista iniziatica facente capo a Papus, e ne divenne accolito con il nome mistico di Ariel. Non è per nulla casuale che il labaro della reggenza del Carnaro, ostentasse simboli di chiara appartenenza muratoria, come l’ouroboros al cui interno erano disposte le 7 stelle dell’Orsa. Siamo nel 1920 ma il sogno di un’Istria capitanata dal Vate e dai suoi sodali è destinato a dissolversi in quello stesso anno.

E’ allora che risolse di crearsi un proprio feudo nella tenuta sul Garda, nella provincia bresciana. Si trattava di una dimessa costruzione di campagna che Ugo Ojetti, quando gli fece visita nel 1922, definì “vecchia, bassa e modesta come la casa di un parroco” (U. Ojetti, Cose viste, Sansoni, Firenze 1951, pp. 83-86).

Piffer, un legionario irredentista dell’avventura di Fiume presentò a D’Annunzio il giovane architetto Gian Carlo Maroni, nato ad Arco, nel Trentino, il 5 agosto 1893 ma che presto si era trasferito con la famiglia a Riva del Garda. Aveva poi studiato architettura a Milano all’Accademia di Brera e, dopo essersi arruolato volontario in guerra, alla fine del Primo Conflitto Mondiale era rientrato a Riva. Questi, nella primavera del 1921, non aveva ancora compiuto 28 anni e probabilmente, viste le sue inclinazioni e le frequentazioni comuni, già apparteneva a qualche circolo iniziatico.

Il giovane architetto rimase soggiogato da D’Annunzio e al tempo stesso il poeta, ormai cinquantottenne, finì con il restare irretito dagli ambigui atteggiamenti del discepolo apprenti sorcier. Profilo dai contorni sulfurei, Maroni era un occultista, dedito a pratiche magiche e sedute spiritiche – “esploratore del mistero” come lo chiama il poeta nel suo carteggio epistolare – e finì con l’instaurare, grazie ai suoi vantati poteri paranormali di guaritore, un morboso rapporto di mutua sudditanza. Soprattutto negli ultimi anni di vita del superstizioso e malandato Vate, ormai dipendente dalla cocaina, che là muore nel 1938 all’età di 75 anni. Una inquietante atmosfera di morte aleggia nelle sale del Vittoriale e non fa che avvalorare la taccia di necrofilia diffusasi attorno all’architetto. E’ Marcello Piacentini a raccontare che una volta il lugubre, funereo Maroni, vestito sempre di nero e con quella barbetta mefistofelica da negromante,  volle condurlo nella sua foresteria per presentargli la propria amante. Qui – colpo di scena – Piacentini si trovò davanti il macabro spettacolo di uno scheletro di donna avvolto da un drappo di seta rossa, seduto allo scrivania e con il teschio reclinato (M. Piacentini, Gian Carlo Maroni architetto del Vittoriale, in “Architettura ed arti decorative”, anno X, fasc. IV, dicembre 1930, p. 146).

maroni calco D'Annunzio

Gian Carlo Maroni con trepida venerazione stringe fra le mani il calco in gesso del poeta defunto. Fra i due intercorreva un morboso legame magico, alimentato dalla pretesa telepatia esercitata dall’architetto “occultista”

Professionalmente Maroni, godette una certa rinomanza proprio grazie a questi suoi interventi di ampliamento, direzione lavori e manutenzione presso la residenza gardesana, che durarono nel corso di oltre cinque lustri – compresa la sistemazione del vasto giardino, con un teatro, il laghetto a forma di violino, il sacrario e il monumento funebre – sino alla morte del poeta ed anche oltre, perché l’architetto assunse la soprintendenza della fondazione che vi sarebbe stata costituita.

L’accademico Piacentini, che negli anni del Ventennio fu architetto di punta e gradito al regime, in una sua pubblicazione del 1930 sull’architettura contemporanea nei Paesi europei, rende omaggio al suo amico e tra gli italiani menziona Maroni con due sue opere nell’apparato fotografico: il Vittoriale appunto e l’Albergo del Sole (M. Piacentini, Architettura d’oggi, Cremonese, Roma 1930).

Da M. Piacentini, Architettura d’oggi, 1930

Schizzi preparatorî di mano del Maroni per il progetto del Grand Hotel Sole d’Oro a Riva del Garda (1922-25)

Schizzi dell’arch. Maroni (piazzetta dalmata, ingresso al mausoleo, bagno personale del Vate); elaborati grafici del progetto di ampliamento (1931)

Sul territorio Gian Carlo Maroni conquisterà una solida notorietà e a lui si deve un gran numero di prestigiose dimore residenziali del lungolago progettate o ristrutturate per i maggiorenti del luogo: Casa Zaniboni e Casa Bettinazzi (1919); Torre Ruhland (1925-29); Villa del prefetto Giovanni Rizzi (1935); ma anche incarichi come la Canonica del SS. Sacramento (1919); il Grand Hotel Sole d’Oro (1922-25) che aveva suscitato il consenso di Piacentini; ed opere pubbliche come il restauro del Palazzo dei Provveditori (1919); la centrale idroelettrica del Ponale (1925-30), per l’architetto semplicemente la Idraula; lo Stadio Benacense del Littorio (1930). Per il suo profilo biografico e la sua attività, si veda: AA.VV., L’architetto del Lago. Giancarlo Maroni e il Garda, a cura di F. Ierace, Electa, Milano 1993.

Maroni muore a Riva del Garda nel 1952. La poetica cui conforma la sua architettura, è quella di un’arte per qualche verso “rustica”, “vernacolare”, che coniughi un connaturato rispetto per la tradizione e una sensibilità attenta all’ambiente in cui integrarsi. Conservatore per attitudine, “inattuale” per scelta estetica, Maroni si apre con diffidenza alle innovazioni della modernità d’Oltralpe; salvo declinare nel suo glossario tipologico quel tanto di accettazione delle tendenze Deco e del razionalismo da Ritorno all’Ordine che identifica l’architettura italiana del Ventennio littorio fra le due Guerre.

A sin. Maroni, D’Annunzio e Renato Brozzi al Vittoriale (1933); a destra: il Vate e il suo fido architetto nel 1938

guido cadorin prioria

Il pittore Guido Cadorin in una lunetta della Prioria ha incastonato un ritratto di Gian Carlo Maroni. L’averlo qui indicato “Frater Magister” ci permette di sospettare che anche l’architetto, come D’Annunzio, avesse abbracciato la libera muratoria

Le belle arti alla corte del Principe di Montenevoso

Maroni non fu solo alla corte dell’Immaginifico. Al suo fianco troveremo una operosa schiera di artisti; fra i pittori: il triestino Pietro Marussig (1885-1972); il veneziano Guido Cadorin (1892-1976); l’ascolano Adolfo De Carolis (1874-1928); fra gli scultori: il ferrarese Arrigo Minerbi (1881-1960); il parmigiano Renato Brozzi (1885-1963); il muranese Napoleone Martinuzzi (1892-1977); e poi gli abilissimi artigiani: il mastro ferraio lodigiano Alessandro Mazzucotelli (1865-1938); il vetraio milanese Piero Chiesa (1892-1948); tutti incaricati di rendere il Vittoriale la risposta italiana all’eremo di Des Esseintes. 

nave marussig

Pietro Marussig, scena per il terzo episodio dell’opera La Nave, musicata da Italo Montemezzi su libretto di Gabriele D’Annunzio, andata in scena alla Scala di Milano nel 1918 (da “Emporium”, n. 286, ottobre 1918)

Pietro Marussig – conosciuto negli anni milanesi – aveva disegnato per D’Annunzio scene e costumi dell’allestimento scaligero di La Nave (1918). L’anno successivo saranno entrambi a Fiume dove il divino Gabriele lo investe dell’altisonante (quanto pleonastico) titolo di Primo Edile della Reggenza del Carnaro. Negli anni Venti è a Gardone dove lavora alla scenografica decorazione del Portico del Parente. La “parentela” in questione è quella, nientemeno, con Michelangelo, il titanico artista per il quale Gabriele D’Annunzio nutriva una profonda ammirazione e che aveva eletto come spirito-guida. Il portico, di sobria impronta quattrocentesca, è trasformato in una pittoresca galleria di lapidi, epigrafi, terrecotte, pezzi di archeologia, vere di pozzo, rocchi di colonna, capitelli, acquasantiere. In omaggio al grande Fiorentino colloca qui una riproduzione del Torso del Belvedere ed un ritratto in marmo del Buonarroti commissionati, in quello stesso periodo, allo scultore Napoleone Martinuzzi, conosciuto durante il suo soggiorno a Venezia. Per gli esterni del Vittoriale Martinuzzi realizzò altre opere, come la Pomona/Canefora, e una elegante vittoria alata (nell’Arengario degli Eroi).

Pietro Marussig, allestimento decorativo del Portico del Parente al Vittoriale. Qui sono visibili anche una copia del torso del Belevedere e il ritratto in marmo di Michelangelo eseguito da Napoleone Martinuzzi (IN BASSO)

Napoleone Martinuzzi, Pomona/Canefora; Arengario degli Eroi e modello preparatorio della Vittoria Alata

Guido Cadorin, che insegnerà a lungo arti decorative all’Accademia di Belle Arti di Venezia, sua città natale, è noto a Roma per avere eseguito nel 1926 la decorazione a fresco dell’Albergo degli Ambasciatori di via Veneto (oggi Grand Hotel Palace) proprio in quegli anni costruito da Marcello Piacentini. Piacentini aveva incontrato  D’Annunzio al Vittoriale nel 1925 e gli aveva portato in dono le annate della rivista di architettura da lui diretta. Vi tornerà nel 1930 per preparare l’articolo su Maroni. Questo ciclo parietale romano di Guido Cadorin rimanda alla grande tradizione lagunare del Veronese o dei Tiepolo, rivisitati in chiave contemporanea: i personaggi che affollano la sala – uomini e donne della mondanità capitolina che non esiteremmo a definire dannunziana e che si può incontrare nelle pagine del Piacere – sono ritratti in abiti moderni, con il taglio di capelli in voga negli anni Venti, secondo i precetti della pittura di Novecento Italiano così cari alla Sarfatti. Sono tante le personalità del milieu culturale dell’epoca immortalate fra le colonne tortili in tromp-l’oeil che scandiscono i muri perimetrali del ristorante; tra questi, nel bel mezzo di una serata di gala, sono riconoscibili fra contesse, diplomatici e ricchi industriali dell’alta borghesia: il proprietario e committente Gino Clerici, con la sua signora; Piacentini; Giò Ponti; Margherita Sarfatti con la figlia Fiammetta; Felice Carena; lo storico dell’arte Roberto Papini; l’architetto Melchiorre Bega; Alberto Cecchi; lo stesso Cadorin che si firma in basso “pittore veneziano”.

Guido Cadorin, Albergo degli Ambasciatori a Roma, affreschi del piano terra (1926)

guido cadorin

Sulla dx. autoritratto di Cadorin a figura intera e di spalle. In basso la scritta autografa: “Guido Cadorin pittore veneziano f(ece) anno 1926”

Nel 1924 D’Annunzio commissiona a Guido Cadorin la decorazione della sua camera da letto al Vittoriale, la “Zambra del Misello” (come ormai era solito rinominare ogni ambiente della villa) ovvero, dal provenzale, la “camera del miserello”. Il decoratore veneziano deve soddisfare le esigenze del padrone di casa e mettendo assieme parati in cuoio, vetrate, boiserie, tappeti, soffitti e rivestimenti in legno alla maniera tardo-rinascimentale riuscirà a fare di questa stanza, conosciuta anche come “del lebbroso”, un ambiente claustrofobico, pari al resto di questo anacronistico maniero, dove l’affettata mania per la scrittura antiquaria finisce con il diventare una sterile, ripetitiva e polverosa messinscena teatrale.

Di Guido Cadorin, come abbiamo visto, è anche il ritratto del “fratello maestro” Gian Carlo Maroni affrescato ad olio sulla centina di una finestra della Prioria che affaccia verso i canili del Vittoriale e riscoperto solo pochi anni fa, durante la rimozione di una caldaia che ne aveva oscurato la vista per lungo tempo.

zambra-del-misello

Guido Cadorin alla corte del Vate. Arredi della Zambra del Misello al Vittoriale. Sotto: l’affresco di Cadorin che ritrae Gian Carlo Maroni, riemerso alla vista nel 2015 (ma di cui era già documentata l’esistenza), prima e dopo i restauri

Adolfo De Carolis, pittore di formazione simbolista e conquistato dal Liberty, fu un abilissimo incisore e illustratore di fiducia per D’Annunzio di molte sue produzioni letterarie (da La figlia di Iorio al libretto di Cabiria) o scenografo per le rappresentazioni della Duse. Nella “Stanza del Mappamondo” troneggia sullo scranno della biblioteca, in una rigogliosa cornice floreale, la xilografia dell’Alighieri da lui incisa nel 1921 in occasione del centenario dantesco e acquistata dal Vate che gli diede, declamatorio come suo costume e in omaggio ai fatti di Fiume, il titolo di Dantes Adriacus.

dantes adriacus

Adolfo De Carolis, Dantes Adriacus, incisione, 1921

Allievo, collaboratore e genero di De Carolis era il pittore Diego Pettinelli (1897-1989), specializzato in acqueforti e xilografie, e proprio di Pettinelli è una stampa del 1935 in cui è ritratto Gian Carlo Maroni all’età di 42 anni. Anche qui l’appellativo Magister de vivis lapidibus può alludere al grado massonico dell’architetto.

ritratto di Maroni di Diego Pettinelli 1935

Diego Pettinelli, ritratto di Gian Carlo Maroni, 1935

Lo scultore Arrigo Minerbi, artista e amico prediletto di D’Annunzio, su sua commissione nel 1927 realizzò il ritratto in marmo di Eleonora Duse (al Vittoriale è conservato il modello preparatorio in gesso). A Gardone si trova anche il bronzo della Vittoria del Piave, donata al poeta nel 1935. Per la madre Luisa De Benedictis, morta nel 1917, D’Annunzio fece scolpire al Minerbi anche la lastra tombale, eseguita a partire dal1935 e collocata nella cattedrale di S. Cetteo di Pescara, cttà natale del Vate, dove fu traslata alla fine degli anni ’40.

Arrigo Minerbi, scultura in marmo di Eleonora Duse e suo calco in gesso, conservato al Vittoriale; Vittoria del Piave

In questa sorta di visita guidata fra i corridoi e le camere della Prioria arriviamo alla sala da pranzo, comunemente nota come “della meravigliosa Cheli”, nome (dal greco Chelys) della testuggine donata al poeta dalla marchesa Casati Stampa, leggendaria musa del decadentismo europeo. Quando l’animale morì per una indigestione di tuberose, nel 1928 D’Annunzio, emulo di Huysmans, diede incarico a Renato Brozzi – rinomato scultore ed orafo di cui era assiduo cliente – di ricoprirne la corazza con una pasta smaltata e un rivestimento di bronzo (proprio come l’eroe di À Rebours). E perché la Cheli, divenuta scultura, fosse di monito ai peccati di gola, fu collocata proprio a capotavola sulla mensa dove gli ospiti dell’inappetente Gabriele sedevano per un frugale, morigerato pasto. Su ordine del Vate, Brozzi aveva realizzato coppe da premiazione, piatti d’argento, targhe, spille per cravatte. A lui si deve anche la maestosa Vittoria alata in bronzo (1929), che doveva fungere da polena per la prora della regia nave Puglia, fatta rimontare da D’Annunzio e Maroni nel parco del Vittoriale.

La stanza della meravigliosa Cheli e la scultura realizzata da Renato Brozzi

A sin. bozzetto per la coppa del Benaco, 1921; a destra: coppa del Liutaio (1922), entrambe commissionate da D’Annunzio all’orafo Renato Brozzi. Sotto: Renato Brozzi, Vittoria alata, polena della regia nave Puglia (1929), con il motto “Così ferisci”

vittoria angolare

Per le opere in ferro battuto, fioriere, griglie, candelieri in elegantissimo stile liberty, fu chiamato Alessandro Mazzucotelli (1865-1938) uno dei migliori artigiani sulla piazza lombarda che nel 1925 fu tra i fornitori della “Santa Fabbrica”. Così D’Annunzio e Maroni fra di loro chiamavano il loro progetto senza fine, come una cattedrale delle corporazioni medievali dei compagni d’arte.

Alessandro Mazzucotelli, griglie parascintille per i camini del Vittoriale

E’ Pietro Chiesa, raffinato artista vetraio di Milano, a ideare e realizzare le vetrate della Prioria che il Vate voleva a imitazione dell’alabastro, come aveva descritto in molte dimore patrizie dei suoi romanzi. Le tre frecce, quasi uno stemma araldico di D’Annunzio – con lo spavaldo motto del poeta “Dare in brocca” ovvero: centrare il bersaglio – sono una felice invenzione grafica di Guido Marussig, intagliate su una pila di pietra nei giardini del Vittoriale, in uno spiazzo dietro la Vittoria del Piave.

Pietro Chiesa, vetrate per il Vittoriale. Allo Schifamondo le finestre ad oblò sono caratteristiche dell’architettura razionalista italiana fra le due guerre. Il motivo decorativo delle frecce a segno sono state suggerite dall’emblema dannunziano disegnato da Marussig

Pietro Marussig, “Dare in brocca”, il motto araldico di conio dannunziano

CARTOLINE DAL VITTORIALE

Cartoline d’epoca: anni 1927, 1931, 1939, 1941, 1954, 1958, 1965c.

BIBLIOGRAFIA

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A. Mazza, D’Annunzio e il Vittoriale, Guida alla casa del poeta, Edizioni del Vittoriale, 1985

A. Andreoli, Il Vittoriale, Electa, Milano 1993

A. Villari, Gabriele D’Annunzio e il Vittoriale, Silvana, Milano 2009

G. B. Guerri, L. Cappellini, Con D’Annunzio al Vittoriale, Minerva, Bologna 2015

G. B. Guerra, Il Vittoriale degli Italiani, Abscondita, Milano 2016

G. B. Guerri, M. Beck Peccoz, Il Vittoriale degli Italiani, edizione illustrata, Silvana, Milano 2016

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