La grotta dell’iniziato

Una delle più suggestive escursioni nell’Isola di Creta, dove trascorro le mie estati da 40 anni a questa parte, è la salita al Monte Ida e all’Antro Ideo, nel cuore della catena degli Psiloriti. E’ la vetta più elevata dell’isola. Qui a quota 1.400 metri sul livello del mare, passato il villaggio di Anòghia, si estende una piana dove si può parcheggiare la vettura e proseguire a piedi per una ventina di minuti sino alla grotta detta anche dell’iniziato.

La leggenda mi era nota sin dai tempi della prima media quando a scuola accanto al latino si insegnava sistematicamente (e devo dire: a livello approfondito) anche la mitologia classica. Era il luogo dove Rea, per sottrarre il neonato Zeus al padre Cronos che divorava tutti i suoi figli per timore di essere da questi spodestato, aveva nascosto il pargolo affidandolo ai Cureti, una sorta di setta sacerdotale di Creta, conosciuti anche come Daktili Idei, che lo fecero allattare dalla capretta Amaltea. E per timore che Cronos potesse ascoltare i possenti vagiti del piccolo dio, i sacerdoti cretesi – che erano anche fabbri dediti alla lavorazione dei metalli – percuotevano scudi e tamburi per coprirne gli strepiti alle allenate orecchie di Cronos.

Molteplici, come intuibile, i risvolti simbolici ed esoterici.  Cronos, come etimologia, è assimilabile al tempo (chronos) che inesorabile divora ogni cosa. I Daktili hanno nella radice del proprio nome le dita, cioè l’abilità manuale (misteriosa e misterica) di manipolare gli oggetti, cioè magicamente di modificare la realtà. Il termine greco magheia deriva proprio dal verbo masso, cioè impasto con le mani, in qualche modo evocativo dei riti tribali in cui lo stregone, o la strega, modella la cera per i feticci destinati agli incantesimi. La lavorazione dei metalli ne è il più eclatante segno, la via alchemica alla trasformazione del piombo in oro. E’ una nozione iniziatica che ritroviamo anche nei miti ebraici, con Tubalcain, lavoratore del bronzo, discendente di Caino e inventore delle armi, destinate a portare morte fra gli umani.

Nella grotta del Monte Ida, vuole la tradizione che in epoca minoica i re dell’isola designati al comando, prima di salire al trono venissero condotti per un rito iniziatico che assicurava loro la veggenza, proprio come era stato per il mitico Minosse. Qui il candidato doveva restare al chiuso della grotta per il lasso temporale di un intero mese lunare, cibandosi e dissetandosi solo dei licheni e funghi e dell’acqua che percolava dalle pareti. Alla fine della prova aveva raggiunto la sapienza necessaria a regnare, in un epoca quando il sovrano era anche gran sacerdote.

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Ingresso all’Antro Ideo (inquadrato dall’esterno e dall’interno)

Si racconta che anche il sapientissimo Pitagora di Samo, quando giovane viaggiatore per il Mediterraneo approdò a Creta, volle sottoporsi a questa impegnativa prova iniziatica. L’episodio è narrato nelle opere dei pitagorici di tarda età ellenistica, come Giamblico e Porfirio.

Porfirio di Tiro – formatosi al magistero di Plotino nel III sec. d .C. – oltre alla Vita di Pitagora (ove è rievocata l’iniziazione del filosofo di Samo ai misteri dei Daktili Idei nell’antro cretese), ci ha lasciato un breve scritto in cui prende in esame l’Odissea e, nello specifico, il canto XIII (vv. 102-112).

Qui è descritto l’antro delle ninfe ove i Feaci depongono Ulisse addormentato ed Omero fa cenno ad un duplice accesso alla grotta: uno per la divinità, l’altro per gli uomini. Poiché Porfirio interpreta il mito in chiave esoterica, egli individua in Omero la rivelazione di una sapienza arcaica ed il senso misterioso dell’allegoria. L ‘antro delle ninfe è il mistico specchio che nel fisico riflette il tema metafisico.

Da Porfirio si cita: “Gli antichi consacravano antri e caverne al cosmo, perché facevano della terra il simbolo della materia di cui il cosmo è costituito”.

Si ricordi che il primo greco – così vuole la tradizione – ad usare il termine “cosmo” per indicare l”universo fu proprio Pitagora. L’etimo greco gioca sul senso del vocabolo “kosmos” che ha valore di “ordine, disposizione composta, ornamento” 

Continua Porfirio: “L’antro, per chi esamina la sua profondità e la penetra con l’intelletto è oscuro …. I Persiani danno il nome di Antro al luogo in cui, durante i riti introducono l’iniziato al mistero della discesa delle anime sulla terra e della loro risalita da qui. Eubolo testimonia che Zoroastro fu il primo a consacrare a Mitra un antro naturale situato nei vicini monti della Persia. Mitra è demiurgo e le cose situate nell’antro ad intervalli calcolati erano simboli degli elementi cosmici e delle regioni del cielo. Come consacrarono in onore degli dei olimpii templi, edifici ed altari, per gli dei ctonii ed eroi are, per le divinità sotterranee buche e cavità, così consacrarono antri e caverne al cosmo e alle ninfe, in virtù delle acque che distillano e sgorgano negli antri.” …Consideravano l’antro simbolo non solo del cosmo ma anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza non è penetrabile allo sguardo”. Demetra alleva Kore (Proserpina) in un antro tra le ninfe”.

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Disco di bronzo dall’Antro Ideo, Museo Archeologico di Herakleion

Khorsabad

Genio alato dalla città assira di Khorsabad (Museo del Louvre, Parigi)

La grotta del Monte Ida era stata scoperta casualmente da un pastore nel 1884 e nel Museo di Herakleion sono conservati gli oggetti ivi rinvenuti dalla spedizione archeologica italiana guidata da Federico Halberr che l’anno successivo ispezionò il sito. Scendendo in fondo alla grotta, si constatò che questa è divisa in due ambienti distinti, un primo più ampio ed aperto, un secondo più raccolto e arretrato, che doveva costituire il sacello cultuale. Qui gli scavi portarono alla luce una gran quantità di reperti: terrecotte, vasellame, oreficeria etc. di varia provenienza e di epoche differenti; ma soprattutto alcuni scudi votivi in bronzo, in parte ancora integri, il cui diametro variava fra i 55 e i 68 centimetri. Fra questi, due più degli altri, per stato di conservazione,  fattura e simbologia, non potevano non catalizzare l’interesse degli esploratori italiani.

Il rinvenimento più interessante e suggestivo è un timpano in bronzo dorato (in esposizione al Museo Archeologico di Herakleion) che raffigura una particolarissima scena mitologica, per forma e iconografia assai prossima alle rappresentazioni di area mesopotamica. Segnale questo dei profondi legami che intercorrevano fra l’isola e il mondo culturale del vicino Oriente, tanto che i primi schedatori non esitarono a catalogarlo  come scudo di Marduk, con palese riferimento a tipologia e onomastica assira. Il toro scalpitante, sottomesso ai piedi della divinità centrale, affiancata questa da due geni alati, lascia supporre una rappresentazione rituale. La presenza di questo scudo che rimanda al mito cretese di Zeus e dei Cureti, databile intorno all’VIII secolo a.C., e il rinvenimento di numerose lucerne votive, ha convalidato l’ipotesi che si trattasse di una grotta-santuario meta di pellegrinaggi sin dalla più remota antichità. L’altro timpano, in cui si poteva riconoscere l’influenza egizia o fenicia, fu inventariato come scudo di Horus, identificando l’uccello al centro con il falcone sacro del dio. Fu infatti grazie ai rapporti storici ed economici con le culture marinare dei Fenici e degli Egiziani che nell’isola di Creta, già in epoca arcaica, potette  svilupparsi l’arte della lavorazione dei metalli e da qui espandersi al continente ellenico. 

I risultati delle indagini condotte da F. Halberr, D, Comparetti e P. Orsi furono pubblicati in Museo Italiano di antichità classica, Antichità dell’antro di Zeus Ideo a Creta. Atlante. volume II, Loescher, Firenze 1888. In basso: il disco di Marduk e il disco di Horus pubblicati in A. L. Frothingham Jr., The American Journal of  Archaeology and of the History of the Fine Arts, vol. 4, n. 4, dicembre 1888, pp. 431-449, tavv. XVI, XVII

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Anche nelle moderne consorterie iniziatiche fondate sulla tradizione simbolista sopravvive il mito della caverna come prima prova di ingresso. Quello che si è soliti chiamare “gabinetto di riflessione” dove il profano viene chiamato a stilare il proprio testamento spirituale, dalla letteratura di genere viene paragonato al primo viaggio nei quattro elementi, quello al centro della terra. E cos’è questo penetrare nel grembo della madre terra se non calarsi nella grotta di iniziazione di cui raccontavano i nostri antenati? 

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