MAESTRI EDUCATORI

Intere generazioni di Italiani hanno avuto nella letteratura per l’infanzia una inconsapevole formazione civica ed etica e questo grazie a titoli ed autori dei quali non a tutti è nota la loro appartenenza a scuole iniziatiche il cui principio era proprio l’educazione morale, la coscienza di sé, la rettitudine. Si tratta di libri pubblicati dopo l’Unità d’Italia, quando il Regno Sabaudo aveva il compito di formare un popolo unitario dalle Alpi alla Sicilia, sino ad allora diviso politicamente oltreché nella lingua. Ecco così venire alle stampe racconti detti “edificanti” perché il loro compito era quello di far assorbire ai giovani lettori, attraverso una istruzione apologetica sottotraccia, il senso antiretorico dell’onestà e del civismo, dell’umanesimo sociale, dell’autocoscienza; da Pinocchio a Cuore, da Sandokan a Gianburrasca, per arrivare – in epoca più vicina – ad Orzowei, tradotti e letti in tutto il mondo (cosa assai rara per opere in lingua italiana). Del resto altrettanto accade in Francia, dove libri come I tre moschettieri, del massone Alessandro Dumas padre; e quelli di Giulio Verne, anch’esso sospettato di aver fatto parte di circoli esoterici di segno massonico. risultano essere i romanzi francesi più venduti di tutti i tempi! E come non considerare una lettura iniziatica, rivolta più agli adulti che ai loro figli, quella splendida, elevatissima favola simbolica che è Il piccolo principe di Antoine de Saint-Éxupéry?

CARLO LORENZINI alias COLLODI (Firenze, 24 novembre 1826-26 ottobre 1890), prolifico scrittore e giornalista di simpatie mazziniane in piena stagione risorgimentale, deve la sua fama, consolidata a livello internazionale, proprio a Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino uscito a puntate fra il 1881 ed il 1882 sul “Giornale per i bambini” supplemento settimanale de “Il Fanfulla”, pubblicato come romanzo autonomo solo nel 1883, edito da Felice Paggi in Firenze, con illustrazioni di Enrico Mazzanti.

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Da subito si è parlato di una interpretazione in chiave libero-muratoria dell’apologo collodiano, ventilando l’ipotesi di una affiliazione dell’autore toscano alla massoneria. C’è stato addirittura chi ha messo in correlazione la scelta dello pseudonimo da parte del Lorenzini al compimento del suo trentatreesimo compleanno (quando nel 1959 dà alle stampe un suo libro firmandosi ufficialmente Collodi, già utilizzato sui giornali dal 1956) con la numerologia esoterica dei rituali scozzesi e ipotizzando che il suo nom-de-plume – per inciso: il paese materno – abbia assonanza con la dicitura “cum laude” attribuita a massoni che si distinguano nel loro iter magistrale. Non si ha documentazione di una appartenenza di Carlo Lorenzini all’istituzione, si sa però che Ferdinando Martini, l’editore del “Giornale per bambini” su cui comparvero le prime avventure del burattino più famoso del mondo, sicuramente massone lo era; che questi era in rapporti con Adriano Lemmi, Gran Maestro dal 1885, e che nelle loro intenzioni c’era quella di costruire una pedagogia laica alternativa a quella dominante, allora saldamente in mano all’autorità ecclesiastica. Così come è stata ampiamente sviscerata in tutti i suoi aspetti e in tutti i suoi personaggi la simbologia esoterica della fiaba. Si è addirittura pensato che Carlo Lorenzini potesse essere il prestanome, oggi diremmo il front-man, di una loggia committente. Elenchiamo solo alcuni degli episodi riletti in filigrana alla luce di questa particolare esegesi, quasi la trasformazione da burattino a bambino fosse niente più che la fase alchemica dell’Opus Magnum, la mutazione del piombo in oro, ovvero la sgrossatura della pietra grezza che è compito precipuo del massone (specificatamente si rimanda a Pinocchio padre di Geppetto, di Domenico Mazzullo e Alessandro Gioia, ed. Fefé, Roma 2016). Si va dai clamori e dalla vanità della vita profana rappresentata dal Paese dei Balocchi alla trasformazione in ciuco che ricorda il lato oscuro e bestiale dell’uomo, con un rimando colto alla classicità ovidiana delle Metamorfosi; dalla permanenza nel ventre oscuro della balena, rappresentazione del buio gabinetto di riflessione che precede l’illuminazione, al grillo parlante il quale altro non è che l’autocoscienza dell’individuo; dal tarocco dell’impiccato rievocato nel primitivo finale pensato dall’autore, poi rivoluzionato per assecondare le rimostranze dei lettori, quando Pinocchio muore appeso ad una quercia per mano del Gatto e della Volpe, alla bambina dai capelli turchini morta di dolore per essere stata abbandonata dal “fratellino Pinocchio”, proprio come è scritto sulla sua lapide. Per finire con il funerale improvvisato dai quattro conigli neri che portano a spalla la bara, così allusivo al rituale di elevazione al terzo grado della massoneria azzurra.

Si era parlato di una lettera autografa del Lorenzini, indirizzata al massone Pietro Barbera, nella quale si congedava con l’abbreviazione letta come “f.llo Collodi”, dettaglio avvalorante l’ipotesi della sua fratellanza muratoria. La tesi è stata confutata dalla studiosa Daniela Marcheschi che invece decripta come “aff.o Collodi”. Il saluto “affezionato”, assumerebbe quindi tutt’altro significato, molto più colloquiale, senza alcuna riferimento di appartenenza.

EDMONDO DE AMICIS (Oneglia, 21 ottobre 1846–Bordighera, 11 marzo 1908), ligure di nascita, fervente patriota figlio del suo tempo, combatté a Custoza nel 1866 e come corrispondente di guerra della “Nazione” di Firenze, città dove si era trasferito per lavoro, raccontò gli eventi di Porta Pia e l’ingresso dei Bersaglieri in Roma Capitale. Dopo un lungo viaggio in America Latina, alla fine del 1884 si stabilisce definitivamente a Torino, dove comincia a scrivere, ispirandosi alla quotidianità scolastica dei suoi due figli Ugo e Furio, quella che sarà la sua opera più significativa e conosciuta: Cuore, pubblicato da Treves di Milano nel 1886. Etichettato come “libro per ragazzi” costituisce una sorta di diario di un anno di scuola nel capoluogo piemontese dell’Italia regnicola, i cui allievi sono di diversa estrazione sociale e regionale, intervallato da racconti mensili di alto valore educativo e fondante, teso alla formazione di un nuovo tessuto nazionale unitario. In questo senso Cuore è stato più volte letto come testo di valenza massonica, il cui scopo – come già accennato per Pinocchio – era la formazione di una morale laica di Patria comune, dove la centralità dello Stato subentra a quella della Chiesa, sicché l’individuo è cittadino prima che fedele; comandamenti e testi sacri sono sostituiti da codici civili e penali e dalla costituzione; gli eroi risorgimentali sono celebrati come martiri protocristiani.

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Sintomatica la sua adesione al partito socialista negli anni ’90 quando collaborò attivamente alle testate di partito e diede una svolta ai suoi nuovi romanzi, connotati fortemente in chiave umanitaria, manifestando il proprio interesse alle problematiche degli emigrati e della classe operaia, in una visione internazionalista di stampo politico.

L’allora ministro per l’istruzione Vittorio Emanuele Orlando (1903-1906) lo volle, insieme ad Antonio Fogazzaro, al Consiglio Superiore di quel dicastero.

Si ritiene che De Amicis sia stato iniziato alla massoneria in Uruguay, nel 1884 presso la loggia Concordia di Montevideo, sotto il maglietto del venerabile D. Triani, durante il suo soggiorno in quel Paese. E’ rimasta celebre la sua allocuzione di saluto massonico a Giovanni Bovio, membro del Grande Oriente d’Italia, letta nel 1895 in occasione della messinscena torinese del suo dramma teatrale San Paolo, interpretato dall’attore Giovanni Emanuel, anch’egli fratello libero muratore.

Sicuramente mesti per lui dovettero essere gli ultimi anni, in particolare dopo il suicidio del figlio maggiore Furio, che nel 1898 si era sparato su una panchina nel parco del Valentino.

EMILIO SALGARI

Nasce a Verona il 21 agosto 1862, muore suicida a Torino il 25 aprile 1911 ed è ricordato per essere prolifico autore di romanzi d’avventura che da oltre un secolo entusiasmano gli adolescenti di mezzo mondo, Sono davvero pochi a non avere letto i racconti di Sandokan e dei pirati della Malesia, dei corsari delle Antille, o quelli di ambientazione storica (come Cartagine in Fiamme o Le figlie dei faraoni), con incursioni nella fantascienza, sulla falsariga di Verne, con un romanzo avveniristico come Le meraviglie del Duemila. Il corsaro nero viene considerato la sua opera meglio riuscita sotto il profilo letterario. La sua vena creativa e la fantasia descrittiva sembrava essere inesauribile: viaggiatore virtuale, riusciva ad evocare luoghi esotici e lontanissimi senza mai allontanarsi dalla sua scrivania, attingendo da atlanti, enciclopedie, manuali storici.

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Tristissima la sua vicenda umana, funestata oltre che dalle ristrettezze economiche, dagli scarsi e ritardati compensi alla sua intensissima, indefessa attività di scrittore, dai continui trasferimenti logistici, dal Veronese a Pinerolo, poi a Genova e infine a Torino; dalle penose vicende familiari, a causa dei problemi di salute mentale della moglie, ricoverata in una struttura per malati psichici, e per la depressione che sconvolse lo scrittore il quale finirà per uccidersi a colpi di rasoio alla maniera dei samurai. Purtroppo, anni dopo, anche i suoi figli maschi seguirono una parabola nefasta e conclusero i loro giorni in modo tragico sulle medesime orme del padre.

Per Salgari – quando ero ragazzo tutti in Italia lo chiamavano Sàlgari anche se la corretta pronuncia non è sdrucciola ma piana – si è tentato un avvicinamento, come per gli autori già passati in rassegna, alla massoneria, vedendo soprattutto nel suo eroe per eccellenza, quel Sandokan che si batte contro l’oppressore straniero e a difesa delle inermi popolazioni locali, l’eroe senza macchia e senza paura assimilabile a Garibaldi, di cui lo scrittore era affascinato. Il fatto che Garibaldi fosse libero muratore, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Gran Hyerophante del Rito di Misraim e Memphis, sembrava bastare per accreditare questa supposizione, senza pensare che l’Eroe dei Due Mondi, specialmente sul finire dell’Ottocento, era un vero e proprio monumento nazionale per chiunque in Italia e godeva di una popolarità indiscussa. Non era necessario condividerne l’affiliazione e probabilmente Salgari ne era stato conquistato, in virtù della mitologia romantica costruita sul personaggio, che in qualche modo si riverbera sullo stesso leggendario Sandokan, intrepido e ardimentoso come il barbuto Nizzardo; per la gioia del lettore adolescente che già fantastica di trovarsi fra le tigri di Mompracem.

Eppure sembra proprio che Salgari fosse stato realmente iniziato ad una loggia operativa piemontese. L’ipotesi è adombrata da Lino Sacchi in 99 storie sorprendenti di liberi muratori (L’età dell’Acquario, Torino 2014) dove, nelle note biografiche del massone vercellese Augusto Franzoj e del suo suicidio avvenuto a Torino nell’aprile del 1911, viene raccontato che Salgari alla notizia della morte dell’amico disse che avrebbe voluto trovare il suo coraggio. E in effetti quel coraggio seppe darselo appena due giorni dopo.

Una città dalle vibrazioni particolari come il capoluogo piemontese, di cui è riconosciuta universalmente la carica misteriosofica, percepita dalle persone più ricettive e sensibili – come documentato da Nietzsche, de Chirico, dal paragnosta Rol – esalta negli spiriti inclini alla speculazione metafisica la pulsione verso il prodigioso ed il sovrannaturale. Così come negli animi più fragili ed esposti alle angosce esistenziali può scatenarne le tendenze autodistruttive. E’ per questo che la Torino degli occultisti è polo magico bianco e nero, positivo e negativo, angelico e diabolico.

https://archipendolo.wordpress.com/2015/03/07/triangolazioni-esoteriche-torino-magica/

LUIGI BERTELLI

Noto ai più con lo pseudonimo VAMBA (Firenze, 19 marzo 1858-27 novembre 1920), l’arguto, irriverente, scrittore e giornalista toscano creatore de Il giornalino di Gianburrasca, con la sua vena umoristica ha deliziato, al pari di Pinocchio, i giovani lettori italiani degli ultimi cento anni. Il suo nome d’arte, scelto fra i personaggi dell’Ivanhoe di Scott, il giullare Wamba alla corte del sassone Cedric, per sottolineare il tono scanzonato della sua scrittura. Le avventure del pestifero Giannino Stoppani, furono pubblicate a partire dal 1907, prima a puntate su “Il giornalino della domenica” (capostipite della stampa periodica per ragazzi, di cui lo stesso Vamba era direttore) e poi in volume nel 1912, edito da Bemporad di Firenze. La sua tecnica pedagogica è quella dell’ironia: mostrare al fanciullo il discolo da non imitare e renderlo consapevole di ciò che è più assennato fare (la messa in scena della monelleria per invitare, con un sorriso paterno, al suo contrario).

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Simpatizzante del socialismo, repubblicano e amico di diversi massoni, come si evince dalla sua corrispondenza, il Vamba giornalista politico sentì l’esigenza di proporsi come educatore civico e si dedico alla scrittura di libri di storia risorgimentale e nazionale, dedicandosi anche a libri di lettura per la scuola elementare, riconoscendo l’importanza della formazione delle nuove leve.

La Firenze della famiglia Stoppani è specchio dell’Italia post-risorgimentale e borghese con le sue aspirazioni e le sue contraddizioni politiche, una per tutte quella del cognato socialista che si sposa in chiesa “purché non si sappia in giro!”, ma sarà però proprio il “perfido” candore di Giannino a rendere pubblica questa ipocrisia. Mandato in collegio per punizione – stavolta l’aveva proprio combinata grossa – qui il discolo (che ci piacerebbe avere come fratello) scopre i valori dello spirito di corpo, la forza dell’unione, la ribellione alle ingiustizie, al grido sbeffeggiante “viva la pappa con il pomodoro”. Prove generali di disobbedienza civile a vessatorie imposizioni autoritarie.

ALBERTO MANZI

Siamo ancora in molti a ricordare una TV pionieristica in bianco e nero, nei primissimi anni ’60 del secolo scorso, una trasmissione ed un personaggio a quei tempi popolarissimi: Non è mai troppo tardi ed il maestri televisivo Alberto Manzi quando esisteva un solo canale Rai (solo nel 1961 avrebbe fatta la sua timida apparizione una seconda rete di programmazione) e la platea televisiva era davvero sterminata. Era quella un’Italia, reduce dalla guerra e dalla miseria, che aveva un elevato numero di spettatori ancora analfabeti e che aveva bisogno di emanciparsi e modernizzarsi. L’alfabetizzazione della società più arretrata, insegnare a leggere e scrivere, fornire gli strumenti per potere esprimere un pensiero compiuto, necessario a veicolare esprimere le proprie idee, sono i primi passi verso questo processo di affrancazione dell’individuo.

La massoneria non insegna una dottrina, non insegna un pensiero, insegna al contrario a sapere pensare. Alberto Manzi, protagonista di questa meritoria opera di vero e proprio riscatto, è da considerarsi doppiamente “maestro”, sia perché ne aveva il titolo abilitativo didattico, sia perché affiliato all’istituzione libero-muratoria ed era maestro massone. Si era laureato in pedagogia ed aveva insegnato per anni, a partire dal 1946, presso l’Istituto di rieducazione Aristide Gobelli di Roma per poi passare alla scuola elementare F.lli Bandiera. Quando la Rai fece un concorso per individuare chi avrebbe potuto condurre la rubrica Non è mai troppo tardi, alle selezioni conquistò immediatamente la commissione esaminatrice in forza della sua carica comunicativa, dei suoi modi ironici e garbati, della naturalezza con cui si approcciava ad insegnare agli adulti, con cartelloni e disegni estemporanei, in questa sorta di scuola serale televisiva.

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Manzi era nato a Roma il 3 novembre 1924 presso una famiglia di modesta estrazione: padre tramviere e madre casalinga, che seppero trasmettergli sani principi morali. E’ morto a Pitigliano (Grosseto), città di cui era diventato sindaco, il 4 dicembre 1997. In occasione della commemorazione funebre ci furono fratelli massoni che hanno testimoniato la sua appartenenza all’Ordine. Non trascurabili pertanto gli articoli di Manzi su alcuni autori notoriamente massoni come Collodi, De Amicis e Kipling.

Aveva scritto molti racconti per ragazzi, tra questi il più famoso e premiato è sicuramente Orzowei pubblicato da Vallecchi nel 1955 il cui assunto etico è espresso da questo righe descrittive del protagonista, Isa un bambino bianco abbandonato in una foresta del Sud Africa ed allevato da una tribù locale: “Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: boscimani, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo”. Un messaggio questo di accettazione dell’altro e delle diversità quanto mai attuale, che connota una libertà di pensiero e di umanesimo senza pregiudizi razziali, una multiculturalità in cui può senz’altro riconoscersi l’attitudine del libero muratore Manzi.

ALESSANDRO DUMAS PADRE

Pochi sono a conoscenza del fatto che Alessandro Dumas Padre (Villers-Cotteret, 24 luglio 1802-Puys, Dieppe, 5 dicembre 1870) – l’autore francese noto ovunque nel mondo per il suo ciclo di romanzi imperniato sui moschettieri di Francia e per le avventure del Conte di Montecristo – fu affiliato alla massoneria a Napoli presso la loggia Fede Italica. Il suo ingresso in quella officina avvenne assieme al giurista partenopeo Luigi Zuppetta, fervente mazziniano di cui condivise gli ideali risorgimentali, il quale lo introdusse allo stesso Garibaldi, notoriamente massone e Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. Il Francese caldeggiò l’impresa dei Mille e l’unificazione italiana. e a Dumas si riconosce il merito di aver fatto propaganda in Calabria contro la pena di morte; in questo un vero antesignano di ispirazione libero-muratoria, meritevole della cittadinanza onoraria attribuitagli da diversi comuni del Cosentino.

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I suoi romanzi più popolari, quelli che ne hanno consolidato fama, risultano fra le opere della letteratura francese più tradotte al mondo (Dumas è secondo solo a Giulio Verne). Non c’è persona che non sia rimasta affascinata dalla spavalderia, dal coraggio, dalla valentia di D’Artagnan e dei suoi prodi compagni. E non c’è persona che non ne conosca il motto “tutti per uno, uno per tutti”. Sono campioni della onorabilità, della fedeltà, della solidarietà, dell’orgoglio di appartenenza. In questo si riverbera il principio massonico della fratellanza e dello spirito di corpo. Probabilmente lo stesso legame che unì Dumas al suo fedele collaboratore August Maquet, di cui si sa che fu un valido e insostituibile aiuto nella stesura del libro.

Anche nella trama del Conte di Montecristo si è voluto leggere – come ha fatto nel suo manoscritto inedito Hortulus Mysterii  lo scrittore napoletano Francesco Gaeta (che per qualche anno risultò affiliato alla massoneria napoletana) la trasposizione del viaggio iniziatico, della vendetta massonica, del rapporto maestro-apprendista che si instaura fra l’abate Faria ed Edmond Dantes. La ricerca del tesoro non è altro che l’occultum lapidem del VITRIOL. E alla fine del racconto: il pentimento ed il perdono come catarsi e sublimazione del viaggio, con la rinuncia ai beni materiali e la conquista della libertà dai metalli del mondo profano. Il Gaeta (1879-1929) nell’evidenziare il carattere alchemico-muratorio del romanzo di Dumas Padre ne traccia quasi una interpretazione esoterica di tradizione cartomantica: Edmond Dantès, nella declinazione delle sue differenti identità, è associato di volta in volta: al Re di Denari (Lord Wilmore); al Re di Spade (il Conte di Montecristo); al Re di Coppe (l’abate Busoni); ed infine al Re di Bastoni (il marinaio Sindbad).

https://archipendolo.wordpress.com/2018/08/09/un-moschettiere-quasi-napoletano-alessandro-dumas-padre-24-luglio-1802-5-dicembre-1870/

GIULIO VERNE

Si è molto discusso sull’appartenenza di Jules Verne (Nantes, 8 febbraio1828-Amiens, 24 marzo1905) alla massoneria e le tesi sono contraddittorie. Secondo alcuni (il testo di M. Lamy ha un titolo che è tutto un programma: Jules Verne initié et iniziateur) pare lo sia stato, appartenente ad un cenacolo segreto legato alla massoneria francese, sotto il titolo “Angelique”.

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Un diario di viaggio dello scrittore francese, conservato presso la biblioteca di Amiens, riporta un suo appunto riferito al viaggio a Roma del 1884 dove si riferisce di una visita “ai fratelli di Palazzo Poli”, l’edificio alle spalle di Fontana di Trevi che era frequentato dai massoni italiani e che nel 1887 diventerà sede del Grande Oriente d’Italia (J. G. Parada, Influences maçonniques dans la littérature: le cas Jules Verne).

Nato sotto il segno dell’Acquario, dominato da Urano, il pianeta delle innovazioni, del futuribile, delle sfide contro le convenzioni, della fratellanza universale, pare avere assorbito le infleunze astrali del suo tema natale. E le sue opere letterarie, i suoi “viaggi straordinari” (dal centro della terra a ventimila leghe sotto i mari, dal giro del mondo alla luna e alla Parigi del XX secolo) ne sono lo specchio riflettente.

ANTOINE DE SAINT-ÉXUPÉRY

L’aeroporto di Lione, città natale di Antoine de Saint-Éxupéry (Lione, 29 giugno 1900–Marsiglia, 31 luglio 1944) è stato intitolato ad una delle più amate glorie cittadine del secolo scorso, l’autore di quel libro iniziatico che è  Le Petit Prince dove la rosa rossa che deve essere protetta risuona all’orecchio dell’adepto come una sottile allusione al fiore dei Rosacroce. Che cos’è un rito?” disse il Piccolo Principe. “Anche questa è una cosa da tempo dimenticata” disse la volpe. “E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore.”

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L’essenziale è invisibile agli occhi.”

“E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

Sono locuzioni di indiscutibile pregnanza esoterica, debitrice sia della cultura orientale del Tao che della scuola pitagorica, sia dei misteri egizi che del magistero muratorio. Non sappiamo se Saint-Éxupéry fosse massone ma, come si è sempre detto, ci sono massoni che purtroppo non sono tali e ci sono non-massoni che intimamente lo sono di diritto per il loro impegno etico e civile. I suoi libri sapienziali parlano per lui.

Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.

(A. de Saint-Éxupéry)

 

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