In fondo al pozzo dei desideri

Nella grotta paleolitica di Tito Bustillo a Ribadesella, tra i segni graffiti dai nostri progenitori asturiani sulle aspre pareti di questa antica cueva, hanno destato la curiosità dei suoi scopritori alcuni strani simboli ad andamento circolare che decorano la volta. Paleontologi ed etnografi hanno voluto scorgere in essi la rappresentazione grafica di sintesi della vulva e – per estensione da sineddoche – dell’elemento femminile (FIG. 1).

FIG. 1FIG. 1: Cueva di Tito Bustillo, Ribadesella (Asturia, Spagna)

FIG. 2FIG. 2: Pozzo di Santa Cristina, Paulilatino (Oristano, Sardegna)

Guardando la forma pittografica di questo primordiale glifo sessuale mi è tornato alla mente lo scatto dall’alto di quell’entusiasmante sito archeologico sardo che è il pozzo di Santa Cristina, nell’Oristanese (FIG. 2). Ascritto alla civiltà nuragica di questa nostra isola mediterranea, si tratta di un luogo dai connotati davvero magici e misteriosi. I più sono concordi nel ritenerlo un ipogeo di culto legato ad arcaici riti pre-classici – forse influenzati dagli apporti religiosi afro-orientali dei Fenici che in Sardegna erano di casa – di segno lunare, umido e quindi riconducibile a pratiche sacre in onore dell’astro femminile officiate da donne. Quello che davvero colpisce è la sapienza architettonica palesata nella tecnica costruttiva della muratura a  conci di pietra perfettamente squadrati ed allineati, con impianto planimetrico a disegno triangolare, corrispondente alla scala strombata che si inabissa nel sottosuolo per mettere in contatto il mondo degli umani con le forze ctonie delle viscere della terra, da cui sgorga la polla liquida che ne ricopre il fondo. L’interno del pozzo ipogeo è a pianta circolare con copertura a tholos (imparentata ad analoghi esempi megalitici preellenici del Peloponneso). Al centro della cupola si apre un oculus attraverso cui nelle notti di plenilunio il nostro satellite, che sarà via via identificato con Astarte, con Iside, con Artemide, si specchia sul pelo dell’acqua che riveste il piancito dell’ambiente sotterraneo (FIGG. 3, 4, 5, 6, 7). Naturalmente non conosciamo quali potessero essere i rituali che qui si svolgevano, ma di sicuro siamo alla presenza di un pozzo sacralizzato ed alcuni studiosi hanno anche avanzato l’ipotesi che si trattasse di una sorta di osservatorio astronomico sulle cui pareti leggere e prevedere la successione delle eclissi lunari. La tecnica costruttiva, così manifestamente avanzata rispetto alle realizzazioni nuragiche, porterebbe a posticiparne la datazione verso un periodo prossimo ai perfezionamenti dell’arte muraria determinati dagli influssi etruschi o greci peninsulari.

FIG. 3FIG. 3: Pozzo di Santa Cristina (Paulilatino, Oristano)

FIG. 4FIG. 4: Pozzo di Santa Cristina (Paulilatino, Oristano)

FIG. 5FIG. 5: Pozzo si Santa Cristina (Paulilatino, Oristano), particolari costruttivi

FIG. 6FIG. 6: Pozzo di Santa Cristina (Paulilatino, Oristano), la volta a tholos

FIG. 7FIG. 7: il fondo del pozzo sacro di Santa Cristina (Paulilatino, Oristano)

Anche nel quadrante orientale del mondo mediterraneo il pozzo assurge a simbolo di energia ultraterrena, considerato come condotto di comunicazione fra il mondo dei vivi e quello dei morti, una feritoia sulla scorza della terra, un pertugio nel suolo, attraverso cui le verità occulte e celate alla vista degli uomini riverberano e si rivelano finalmente ai nostri occhi. E l’acqua cui si attinge da queste feritoie è l’elemento primigenio di congiunzione con la terra nella serie delle dualità pitagoriche: maschio-femmina, sole-luna, caldo freddo, giorno-notte, bianco-nero. L’acqua pura e cristallina che la terra offre all’uomo assetato di conoscenza può leggersi come simbolo di una verità nuda. cioè svelata e senza infingimenti.

E’ infatti in prossimità di un pozzo che l’Antico Testamento del popolo ebraico narra che siano avvenuti alcuni incontri topici, come quello di Rebecca ed Eliezer o quello di Rachele e Giacobbe.

FIG. 7FIG. 8 ; Ventura di Moro, Eliezer e Rebecca al pozzo, affresco, 1420-60 c., S. Maria Novella, Firenze 

In un affresco fiorentino del XV secolo a S. Maria Novella (FIG. 8), dovuto alla riconosciuta mano di Ventura di Moro (già noto come Pseudo Ambrogio di Baldese), si racconta l’episodio del servo di Abramo Eliezer che dal vecchio patriarca era stato inviato nel suo paese di origine per trovare una fanciulla da dare in sposa al figlio Isacco (Genesi, 24). L’avrebbe trovata – era questo il segno divino di riconoscimento – nella vergine che gli si sarebbe mostrata porgendo acqua dal suo pozzo per lui e per i suoi cammelli. L’argano raffigurato nel pozzo del dipinto rappresenta dunque l’esemplificazione metaforica di questo trait-d’union tra conscio e inconscio, il saliscendi tra la profondità dell’ignoto e la luce della verità. Ne deriva come il maschile abbia bisogno di questa complementarità di genere che la divinità assegna, in questa situazione, a Rebecca e tramite lei alla polarità femminile per estensione (FIGG. 9, 10). Il pozzo, il vaso che contiene l’acqua (otre=utero), la donna che lo porge all’uomo, possono allora essere anche parafrasati come il ventre materno offerto dalla terra al cielo.

FIG. 8FIG. 9: Andrea Meldolla detto lo Schiavone, Eliezer e Rebecca al pozzo, Venezia 1540 c. (Metropolitan Museum, New Tork)

fig. 10FIG. 10: Bartolomé Esteban Murillo, Eliezer e Rebecca al pozzo, 1650, Museo del Prado, Madrid

Di nuovo un pozzo troviamo nella storia del primo abboccamento fra Giacobbe – il quale proprio di Isacco e Rebecca era figlio –  e Rachele (Genesi, 29) che i pittori di tutte le epoche hanno voluto eternare sulle loro tele (FIGG. 11, 12, 13). Quando l’uomo vede giungere la ragazza con il suo gregge in prossimità del pozzo, ammaliato dalla sua bellezza, si affretta a sollevare la pietra che ne chiude la vera, onde permettere alle pecore di abbeverarsi. Un bacio suggella questo incontro dai risvolti palesemente simbolici, dove la mansuetudine degli ovini si interseca con l’etimo del nome stesso (Rachele significa appunto la docile) e la forza dell’uomo, intesa come volontà guidata, è necessaria per sollevare la lastra che nasconde la saggezza e dissetarsi alla fonte della conoscenza.

FIG.. 11FIG. 11: Domenico Zampieri detto il Domenichino (?), Giacobbe e Rachele al pozzo, pittura murale, 1606-1607, Palazzo Mattei di Giove, Roma

FIG. 11FIG. 12: Lorenzo Lippi, Giacobbe e Rachele al pozzo, 1645-49, Firenze, collezione privata

FIG. 13FIG. 13: Anonimo Veneziano, Giacobbe e Rachele al pozzo, XVIII sec., collezione privata

Questo pozzo, che sarà ribattezzato “pozzo di Giacobbe” sarà poi lo stesso in cui avrà luogo l’incontro fra Gesù di Nazareth e la Samaritana, raccontato nel Vangelo di Giovanni (Gv., 4, 1-26), evidenziando così la continuità fra Vecchio e Nuovo Testamento, la discendenza per linea diretta fra cristianesimo e tradizione ebraica, senza cesure culturali tra gli eventi ante e post Christum natum. Ancora una volta un pozzo, ancora una volta la sete, ancora una volta l’offerta, ancora una volta il dissetarsi, ancora una volta il maschile e il femminile (FIGG. 14, 15). A tutto questo, nello specifico, si aggiunga l’interscambio, la corrispondenza che si  sottintende possa avvenire fra genti e religioni differenti, appartenenti a regioni tra loro antagoniste, come Giudea e Samaria, quando la fonte di verità è unica per entrambi.

Öèôðîâàÿ ðåïðîäóêöèÿ íàõîäèòñÿ â èíòåðíåò-ìóçåå Gallerix.ruFIG. 14: Paolo Caliari detto il Veronese, Il Cristo e la Samaritana al pozzo, 1585c., Kunsthistorisches Museum, Vienna

FIG. 15FIG. 15: Annibale Carracci, Il Cristo e la Samaritana al pozzo, 1593-94, Accademia di Brera, Milano

Scendendo più a sud, in Egitto, nella terra cioè che viene considerata culla sapienziale di tutte le civiltà del mondo antico, veleggiando lungo il Nilo si raggiunge Kom Ombo, e qui troviamo il cosiddetto pozzo sacro, una sorta di cavedio circolare, scavato nel terreno a fianco del tempio di Sobek, il dio-coccodrillo. Strutturalmente – fatti i dovuti distinguo imputabili al periodo di realizzazione, all’areale geografico e alle conoscenze astronomiche – presenta analogie con la costruzione nuragica di Santa Cristina in Sardegna (FIGG. 16, 17, 18, 19).  Viene spesso presentato come un nilometro, cioè uno strumento di misurazione del sacro fiume, ma molti studiosi hanno voluto interpretarlo diversamente; chi come un pozzo al cui fondo, nella falda acquifera che affiora alla base, venivano allevati coccodrilli cui lanciare cibo in offerta; chi come un osservatorio dei passaggi astrali (sole, luna, mercurio) – un po’ come si è ipotizzato per il sito sardo di Paulilatino – che sarebbe stato visitato anche dallo scienziato Eratostene nel suo viaggio da Alessandria ad Assuan per determinare la misurazione dell’arco terrestre. Visto dall’alto il fondo del pozzo presenta gli ultimi gradini con un andamento spiraliforme che ricorda la successione della sezione aurea della classicità. In effetti il santuario di Kom Ombo è di età tolemaica, perciò il sincretismo fra cultura greca e cultura egizia diventa una costante estetica, una cifra iconografica di questa civiltà di transizione.

FIG. 16FIG. 16: Kom Ombo, pozzo sacro del tempio di Sobek

FIG. 17FIG. 17: Kom Ombo, pozzo sacro del tempio di Sobek

FIG. 18FIG. 18: Kom Ombo, pozzo sacro del tempio di Sobek

FIG. 19FIG. 19: Kom Ombo, pozzo sacro del tempio di Sobek

Anche in ambito cristiano la simbologia legata al pozzo la ritroviamo nel fonte battesimale che riproduce la vera puteale, come ritroviamo in alcuni esempi marmorei delle chiese medievali. Uno per tutti il bell’esemplare di S. Bartolomeo all’Isola Tiberina (FIG. 20). In esso veniva immerso il battezzando, ad evocazione del bagno nelle acque del fiume Giordano, come ancor oggi avviene nelle chiese ortodosse di rito bizantino (FIG. 21); mentre fra i cattolici la cerimonia del battesimo è stata convertita in aspersione simbolica.

FIG. 20FIG. 20: Nicola d’Angelo Vassalletto, margella di puteale, arte romanica, XII-XIII sec., San Bartolomeo all’Isola, Roma

FIG. 21FIG. 21: rito del battesimo nelle chiese ortodosse orientali

Anche nell’agiografia dei Santi Pietro e Paolo si tramanda un episodio legato ad acqua sorgiva che prende a zampillare miracolosamente quando  gli Apostoli furono prigionieri a Roma nel carcere Mamertino (al più antico livello inferiore, il Tullianum), che la tradizione vuole risalente all’età regia ma che forse in origine era utilizzato come cisterna.

FIG. 22FIG. 22: sezione trasversale dell’impianto architettonico della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami a Roma. 1: aula ecclesiale del XVI sec.; 2: cappella del SS. Crocefisso; 3 e 4: le celle sovrapposte del carcere Tullianum (che successivamente, in età cristiana, sarà comunemente detto Mamertino)

Tullianum : Section of the Prison where Death Sentences were carried outFIG. 23: Sezione del Carcer Tullianum (V sec. a.C.), illustrazione da A. Pollard, True Stories from Roman History, Griffith Farran & Co., Londra 1890c. 

La cella inferiore del Tullianum, la più antica, è una grotta sotterranea – oggi al di sotto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, eretta nel XVI sec. sulla preesistente chiesa di S. Pietro in Carcere – scavata alle pendici del Campidoglio sul lato verso il Foro Romano (FIGG. 22, 23). Dal piano di calpestio della prigione inferiore, a contatto con il terreno, sgorgò una polla d’acqua che permise a Pietro e Paolo di battezzare i discepoli da convertire alla fede cristiana. In qualche modo anche qui ritroviamo il legame fra terreno e ultraterreno, nell’ambito di un luogo profano che è stato in questo modo reso sacro da una magia naturale. L’origine onomastica del Tullianum presenta infatti una doppia versione: potrebbe derivare tanto dal nome del re Servio Tullio quanto dal vocabolo latino “tullius” (attestato in Ennio e Plinio) che vuol dire proprio “zampillo d’acqua”  e confermerebbe la presenza di una vena idrica nel sottosuolo dalla quale sarebbe scaturita l’acqua del miracolo. Questa interpretazione rafforza l’ipotesi che il suo primitivo uso fosse quello di serbatoio per la stagione estiva.

Il pozzo è presente anche nel culto mariano della chiesa cattolica, come la Madonna del Pozzo, una icona bizantina rinvenuta in fondo ad un pozzo agli inizi del XVIII secolo e da allora oggetto di grande venerazione popolare nel comune pugliese di Capurso, in provincia di Bari. Analoga devozione si registra nella stessa Roma, dove nella chiesa di Santa Maria in Via, nel rione Trevi a due passi dalla celebre fontana, da ancora più antica data, cioè sin dal XIII secolo, la Madonna del Pozzo è oggetto di ininterrotti pellegrinaggi per bere l’acqua miracolosa di un pozzo preesistente, in cui fu rinvenuta, anche qui, l’immagine della Vergine dipinta su una tegola (FIG. 24).

madonna del pozzo Santa Martia in Via

FIG. 24 – Madonna del Pozzo (XIII sec.), Roma, Chiesa di S. Maria in Via

Dopo un salto di molti secoli, Tiziano riunisce a convegno attorno ad un antico sarcofago approntato come fontana i due aspetti di Venere (le fattezze delle due donne sono le stesse), quella mondana e quella celeste, ossia Venere Pandemia e Venere Urania, mentre tra le due figure un paffuto amorino alato si affaccia sul ciglio della vasca di marmo intento a giocare con l’acqua (FIG. 25). La tela è tradizionalmente conosciuta come Amor sacro e amor profano.

FIG. 24

FIG. 25: Tiziano Vecellio, Amor sacro e amor profano, 1515c., Galleria Borghese, Roma

Un gioco di corte nato nel XVI secolo a Firenze è il gioco dell’oca del quale è ormai riconosciuta la valenza esoterica, la cui chiave di lettura è il labirinto ermetico, il percorso iniziatico dalla casella di partenza (la luna) sino alla casella di arrivo (il sole), compimento dell’opus magnum. Nella casella numero 31, esattamente a metà percorso, è raffigurato il pozzo. Il giocatore che si ferma su questo riquadro è costretto a restarvi sino a che un altro non vi capiti e possa così liberarlo rimettendolo in gioco e in carreggiata (FIG. 26). Quale insegnamento trarvi? E’ possibile che nel corso del nostro cammino di crescita interiore, proprio quando stiamo per svoltare l’angolo del sentiero che piega in direzione del traguardo, c’è il rischio di precipitare nel pozzo delle nostre passioni, degli antichi vizi, di tornare schiavi del nostro istinto egoico perdendo di vista la realizzazione del sé.

FIG. 25FIG. 26; tabellone del gioco dell’oca, Francia 1792

Cambiando totalmente registro arriviamo al cinema d’animazione di Walt Disney e al pozzo dei desideri di Biancaneve che proprio come nei racconti biblici incontra per la prima volta il proprio principe mentre raccoglie il recipiente dell’acqua circondata da candide colombe, immacolate come la sua probità, e là esprime il suo sogno d’amore (FIGG. 27, 28).

FIG. 26FIG. 27: fotogramma dal film Biancaneve e i sette nani di W. Disney, USA 1937

FIG. 27FIG. 28: fotogramma dal film Biancaneve e i sette nani di W. Disney, USA 1937

Il pozzo dei desideri disneyano è infatti desunto da una precisa tipologia di pozzo in voga soprattutto nell’Europa settentrionale, legata ad una antichissima tradizione  celtica e germanica, nata da credenze precristiane e druidiche (FIG. 29). Stando ad esse, nell’acqua del suo fondo avevano dimora divinità o spiriti agresti pronti ad esaudire le preghiere del devoto che si sporgeva al suo bordo e lanciava qualche moneta di rame o d’argento per ingraziarsene i favori. In realtà sembra che all’origine ci fosse un motivo pratico ed utilitaristico di natura fisica, perché grazie ad una reazione chimica dell’acqua a contatto con quei metalli se ne salvaguardava il grado di acidità, impedendo ai batteri di produrre acido solfidrico.

FIG. 28FIG. 29: Pozzo in pietra nel cortile del Castello di Bran in Transilvania, Romania

Anche il più visionario e immaginifico dei nostri registi cinematografici, Federico Fellini, andrà a curiosare in questo nostro “archetipico” pozzo dei desideri e nel suo ultimo film, La voce della luna del 1990, ricostruisce in studio un paesaggio fumoso ed onirico in cui il bianco astro notturno si riflette in fondo al pozzo e poeticamente si rivela al protagonista della storia, impersonato da Roberto Benigni (FIGG. 30, 31).

FIG. 29

FIG. 30: fotogramma dal film La voce della luna di F. Fellini, 1990

FIG. 30

FIG. 31: fotogramma dal film La voce della luna di F. Fellini, 1990

Altro modo di dire della nostra lingua in cui il pozzo ricorre come sostantivo è la locuzione “pozzo di San Patrizio”, utilizzata per indicare un pozzo senza fondo che non si riesce mai a riempire. Ma può anche equivalere ad una scorta illimitata di risorse (“non essere il pozzo di san patrizio” vuol proprio dire che le disponibilità economiche non sono inesauribili). Si tratta di una leggenda medievale che nasce nella verde Irlanda e si riallaccia al santo patrono di quell’isola. San Patrizio era solito ritirarsi in fondo ad una grotta per i suoi periodi di digiuno e preghiera e qui l’estasi mistica gli permetteva di intravedere nel buio di quell’antro quali potevano essere le pene dell’Inferno. La conoscenza della condanna produceva nel fedele più scettico la spinta a convertirsi e a vivere cristianamente per guadagnarsi le ricompense del Paradiso. Il luogo  – conosciuto come Purgatorio (o Pozzo) di San Patrizio – divenne ben presto meta di pellegrinaggi devozionali sino a che papa Borgia non ne ordinò la chiusura.

Nel XVI secolo papa Clemente VII diede incarico ad Antonio da Sangallo il Giovane di costruire ad Orvieto una struttura a pozzo, che doveva servire come cisterna di alimentazione idrica della città umbra in caso di assedio. Fu chiamato Pozzo di San Patrizio per il richiamo sacrale ereditato dalla grotta irlandese e per l’aura di magia e atavico mistero che permea un po’ tutti gli ipogei, le grotte ed in particolare i pozzi. Ha una struttura elicoidale, di forma cilindrica scavata nel tufo, profonda ben 54 metri, a base circolare con un diametro di 13 metri (FIGG. 32, 33).

FIG. 31FIG. 32: Antonio da Sangallo il Giovane, pozzo di San Patrizio, 1527-37, Orvieto

FIG. 32FIG. 33: Antonio da Sangallo il Giovane, pozzo di San Patrizio, 1527-37, Orvieto

Infine, a chiusura di questo variegato excursus iconografico, la citazione del titolo di un inquietante racconto di Edgard Allan Poe, Il pozzo e il pendolo (The Pit and the Pendulum), datato 1842. Qui il maestro americano della letteratura anglosassone dell’enigma, del soprannaturale e della suspense, si serve del pozzo come luogo simbolo in cui ambientare, al tempo dell’Inquisizione spagnola, una storia carica di tensione e di angosciante climax. Il protagonista è immobilizzato in una cella al cui centro si trova una botola che immette in un profondissimo pozzo, mentre una lama oscillante come un pendolo si avvicina sempre più al suo petto (FIG. 34).

FIG. 33FIG. 34: Jules-Descartes Férat, illustrazione per l’edizione  francese di Le Puits et le pendule, Parigi 1884

Sarà salvato in extremis grazie all’arrivo dei Francesi, proprio un secondo prima di precipitare nel vuoto di questo pozzo infernale che diviene trasposizione metaforica del nulla esistenziale in cui rischiamo di piombare, stretti e soffocati dalle nostre inquietudini disperanti, allucinati dagli incubi in cui ci fa crollare il sonno della ragione.

Ma ci piace concludere questo excursus con un sorriso ed il pensiero corre a questa copertina Disney del 1961 (FIG. 35) in cui è il simpatico ma sfortunato Donald Duck a vedersela con questo archetipo dei nostri sogni segreti.

rosa

FIG. 35: Paperino e il pozzo dei desideri (1961)

arch. Renato Santoro – Roma, 2 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

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