Il ratto delle Sabine, archetipo della violenza di genere

I miti di fondazione della città di Roma, narrati da Livio, Plutarco e compendiati nel IV secolo d.C. dal Breviarum del retore latino Eutropio, raccontano dello stratagemma messo in atto dai Romani ai danni dei confinanti Sabini e del rapimento delle loro donne, per assicurare progenie ad un manipolo, probabilmente poco raccomandabile, di soli maschi, rudi e di modi sbrigativi, guidati dallo stesso Romolo. Questi –  uomo di pochi scrupoli che non aveva esitato a far fuori il fratello gemello Remo pur di guadagnarsi il primato sulla neonata Urbe – organizzò, con il pretesto di ludi sportivo-militari (sorta di derby ante litteram fra tribù limitrofe), una trasferta romana dei Sabini guidati da Tito Tazio, con tanto di donne al seguito. Il subdolo invito era stato esteso anche agli abitanti di altri centri contigui del Latium Vetus, come Antemne, Caenina e Crustumerium.

lanzi

IN ALTO: Giambologna, Ratto delle Sabine (1574/80), Firenze

Si rivelò un tranello per aggredire gli ospiti sequestrando le loro mogli, figlie, sorelle[1] e sottoporle, usando una terminologia moderna, ad uno stupro di massa (anche se gli storici romani, autoassolvendosi, molto ipocritamente evitarono di parlare di violenza e costrizioni ma di “consensualità”). Non per niente padre di Romolo era lo stesso Marte, dio guerrafondaio per antonomasia, e “Rome” in greco vuol dire forza. Volendo giudicare l’episodio con occhi disincantati, liberato il campo visuale dal velo dell’aura romantica che può rivestire il racconto mitologico, si tratta di una cronaca che poco onore rende ai Quiriti, che oggi verrebbero tacciati quantomeno di maschilismo, con la figura femminile ridotta a preda, a bottino di guerra. Sono state ripercorse le dinamiche dello scontro fisico che avviene in natura nel mondo animale, come la lotta fra cervi maschi che si prendono a cornate per la conquista ed il possesso della femmina, in questo contesto ridotta al ruolo di spettatrice passiva, la quale deve comunque subire colui che sarà il “riproduttore”, il più forte, selezionato per la trasmissione genetica.

[1] Plutarco (Vite Parallele, Vita di Romolo, 14) riferisce che si trattava di vergini, in numero di trenta secondo alcune fonti, corrispondenti a quelle che saranno le trenta fratrie romane; in numero di 527 secondo Valerio Anziate. Il numero sale a 683 stando alla versione di Iuba citata dal Greco di Cheronea. Di costoro sembra che solo Ersilia – l’unica Sabina di cui si conosca il nome – fosse già sposata e, secondo alcune fonti, proprio costei non più vergine toccò allo stesso Romolo, dandogli due figli, una femmina e un maschio: Prima e Aollio. Una variante la vuole andata in sposa al nobile Ostilio, da cui sarebbe scaturita la Gens Hostilia, famiglia patrizia romana di antichissimo e stimato lignaggio.

Bartolomeo di Giovanni

IN ALTO: Bartolomeo di Giovanni, Ratto delle Sabine (1488), Roma, Galleria Colonna

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IN ALTO: Il Sodoma, Ratto delle Sabine (1506-7c.), Roma, Palazzo Barberini

Pietro da Cortona

IN ALTO: Pietro da Cortona, Ratto delle Sabine (1630c.), Roma, Musei Capitolini

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IN ALTO: Nicolas Poussin, Ratto delle Sabine (1637-38), Parigi, Louvre

probably 1635-40

IN ALTO: Pieter Paul Rubens, Ratto delle Sabine (1635-40), Londra, Galleria Nazionale

David Ratto delle Sabine

IN ALTO: Jacques-Louis David, Ratto delle Sabine (1794), Parigi, Louvre

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IN ALTO: Eugène Delacroix, Ratto delle Sabine (1850c.), Cracovia, Castello reale di Wawel

Picasso 1962

IN ALTO: Pablo Picasso, Ratto delle Sabine (1962), litografia

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IN ALTO: Pablo Picasso, Ratto delle Sabine (1963), Boston, Museo di Belle Arti

I più recenti resoconti di guerra, avvenuti anche nel cuore della “civile” Europa, ci hanno abituato a notizie di miliziani armati che per umiliare il nemico abusano delle loro donne, in segno di disprezzo, con il manifesto intento di sbandierare a propria virilità, di affermare la supremazia maschile. L’intento è quello di ledere l’onore dell’etnia antagonista, svilendo la popolazione femminile come mero trofeo bellico, la cui sottomissione e riduzione ad oggetto sessuale risulta l’oltraggio più infamante che si possa infliggere ad un rivale. La donna è soltanto il mezzo o strumento; procreare non è più un atto d’amore ma una ignominia, una pena inflitta.

Sabine 1961

1961

IN ALTO: manifesto e fotobusta del film Il ratto delle Sabine (Italia, 1961)

Per questo il ratto delle Sabine perpetrato dai Romani può essere letto come un archetipo del conflitto brutale della polarità maschile nei confronti di quella femminile, una eclissi di luna oscurata dal sole, una vergogna ancestrale che la cultura occidentale tenta di rimuovere dal proprio inconscio collettivo ma con cui quotidianamente è costretta a fare i conti. E le cronache delle violenze di genere (non solo quelle legate alla inumanità della guerra) ne sono il sintomatico, drammatico esito.

Il ratto delle Sabine è un soggetto che ha nutrito la fantasia di molti artisti in tutte le epoche e nazioni e la sua rappresentazione iconografica spazia dalle forme asciutte del Quattrocento italiano alle linee lussureggianti e sinuose del Rubens barocco, dalla sedulità neoclassica del David alla tumultuosità figurativa di Picasso. Sino a divenire traccia per un film, del genere “peplum” allora in gran voga, nella pellicola girata a Roma nel 1961 da un giovane e aitante Roger Moore nei panni di Romolo.

arch. Renato Santoro, Roma, 8 novembre 2017

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