La cosiddetta Basilica Pitagorica di Porta Maggiore

La figura di Pitagora sembra appartenere all’Italia per ius soli, e la cultura italica  sente il Sapiente di Samo un po’ suo perché storicamente si inserisce nel proprio orizzonte culturale. E’ superfluo ricordare il diritto di primogenitura della Calabria che lo accolse esule. Ma anche Roma, come noto, per la sua storia si è guadagnata un profilo greco perché da quella civiltà fu prestissimo conquistata. Leggenda vuole che già il re-sacerdote Numa, probabilmente un iniziato – stando all’onomastica che rimanda al Numen cioè l’energia divina che percorre sottotraccia i fenomeni naturali – si sia formato proprio alla scuola pitagorica.

Anche se molti pongono in forse l’esistenza storica di questo nostro illustre personaggio, ammantandolo di leggenda, identificandolo come summa di un pensiero sapienziale antico e preellenico – Caldeo? Egizio? Qualcos’altro ancora? – per noi è ininfluente: Pitagora è una condizione dello spirito e la sua collocazione geografica è un topos dell’anima.

Roma è una città che nella sua storia millenaria ha incessantemente saputo trasformarsi, rinnovarsi ed è passata attraverso molteplici stadi rigenerativi tanto da guadagnarsi l’appellativo di Eterna. Una delle prerogative della romanità è quella di avere nei secoli attinto alla molteplicità di culture, riti, usanze dei popoli conquistati a contatto dei quali era venuta a trovarsi. Posta al confluire delle direttrici fra est ed ovest, fra nord e sud delle ondate migratorie che attraversavano il Mediterraneo, Roma ha saputo offrire cittadinanza a maghi etruschi; a retori e grammatici greci; a sacerdoti di Iside; a generali barbarici delle tribù germaniche; a rabbini alessandrini; a seguaci del Nazareno; in un melting pot di razze senza pregiudiziali tanto che fra gli imperatori dell’Urbe non pochi fra loro provenivano dalla Provincia africana, da quella Iberica, dall’Illiria o dalla Dalmazia. Una tendenza questa, che troverà seguito anche nella concezione della cristianità romana improntata al segno di una cattolicità intesa come ecumene del mondo ellenistico tardo antico e che ritroveremo nei papi dei primi secoli, provenienti chi dalla Siria, chi dall’Epiro, chi dall’Egitto.

Logico dunque che anche l’insegnamento di Pitagora trovasse in Roma i presupposti climatico-culturali per poter attecchire. Già nel primo secolo a.C. i circoli filellenici della Capitale erano pronti ad accogliere con slancio le suggestioni del sentire filosofico della scuola samia e crotoniate. Ne parlano con ammirazione Cicerone, Varrone, Ovidio e propugnatore dei principi pitagorici fu senz’altro un filosofo a torto elencato fra i minori nei manuali di storia della filosofia: si tratta di Publio Nigidio Figulo.

Si ha fondato motivo di ritenere che fosse di estrazione etrusca, dal momento che il nome Nigidio è attestato in iscrizioni tuscaniche rinvenute in area umbra. E a questo si aggiunga la sua notorietà come astrologo dedito alle arti divinatorie, perfettamente in linea con la fama degli Etruschi presso i Romani come aruspici e vaticinatori. Il cognomen Figulo ci fa sospettare una sua originaria attività come vasaio, prima della sua emancipazione ad uomo libero. Con i suoi scritti egli dà risonanza presso gli ambienti colti della latinità alla figura di Pitagora e soprattutto alle regole comportamentali contenute negli Aurea Carmina, quei Versi Aurei della scuola pitagorica, veri e propri precetti etici. In questo risveglio pitagorico in ambito latino si inserisce un secolo dopo un altro personaggio della storia romana, e siamo già alla metà del I secolo dopo Cristo, in età giulio-claudia. Parliamo di Tito Statilio Tauro IV [1], appartenuto alla ricca e aristocratica famiglia degli Statili, il quale ricoprì prestigiosi ruoli istituzionali, come console e come proconsole. La vasta area urbana oggi compresa fra Santa Croce in Gerusalemme e Porta Maggiore era interamente occupata da una vastissima villa allora suburbana di proprietà della famiglia. Sappiamo che l’illustre maggiorente romano era fortemente attratto da pratiche e rituali magici, appresi in occasione del suo proconsolato in Africa, terra di forti suggestioni esoteriche come ci insegna Apuleio con le sapide storie dell’Asino d’Oro o la maga Enotea del Satyricon petroniano. Ma era anche cultore dei precetti pitagorici.

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In alto: parco di via Statilia, fra San Giovanni e Porta Maggiore

Inviso ad Agrippina, la quale mirava ad impossessarsi dei suoi beni, requisendogli anche la villa a favore del demanio imperiale, fu accusato di praticare la stregoneria e di professare dottrine contrarie alla morale di Stato. Lo stesso pitagorismo era considerato un orientamento filosofico che infiacchiva le giovani generazioni. Per questo motivo Tito Statilio Tauro, prima di essere condannato da un tribunale manifestamente ostile preferì darsi la morte per sua stessa mano.

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Alla metà del I secolo d.C. risale la costruzione della cosiddetta basilica neo-pitagorica di Porta Maggiore. La sua scoperta fu del tutto casuale. Il 23 aprile del 1917 (giusto un secolo fa) per uno smottamento di terreno e grazie alla voragine apertasi sotto i binari lungo il tratto ferroviario della Roma Cassino all’altezza del piazzale Labicano, porta alla luce quella che il Cumont ed il Carcopino (cfr. BIBLIOGRAFIA) individueranno come edificio di riunioni misterico-pitagoriche e che identificheranno quindi come Basilica neo-pitagorica. Destinazione questa accolta anche dall’Aurigemma (1954).

Le argomentazioni che hanno fatto formulare l’ipotesi che questa fosse stata concepita e costruita da Statilio Tauro  possono riassumersi brevemente. La datazione dell’ipogeo corrisponde al periodo in cui il patrizio romano era in vita. La basilica, che si trova a margine degli Horti  Tauriani[2], fu operativa solo per pochi anni, come si ricostruisce dallo stato di conservazione di affreschi e muratura e dal fatto che non fu mai più riutilizzata. Fu completamente interrata e occultata o per una damnatio memoriae voluta dell’autorità imperiale o per deliberata scelta del proprietario che volle portare con sé, prima della condanna e del suicidio, i segreti di questi culti misterici dedicati ad Apollo. Ne sarebbe conferma il fatto che sono stati divelti gli altari che si trovavano nella navata centrale, dei quali è rimasta solo la sagoma del podio da cui si ergevano. Come se questi arredi di culto dovessero essere stati posti in salvo dagli adepti. Sono stati invece trovate tracce residuali di ossa di suino, segno che qui si compivano riti sacrificali. Come apprendiamo dalla letteratura pitagorica, il maialino da latte, così come la capretta, era un animale che, in deroga al divieto di uccidere gli esseri viventi, poteva essere immolato al dio.

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In alto: schema costruttivo: a trincea con getto c.d. “a sacco” di conglomerato cementizio e selci. Il piano di calpestio dell’impianto basilicale si trova 7 metri al di sotto del piano di campagna 

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Pianta. Rapporto pitagorico di  3:4 fra larghezza e lunghezza (cfr. Tetraktys in basso)

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Sezione. Rapporto aureo fra altezza e lunghezza. Si noti l’oculus aperto nel muro divisorio fra vestibolo ed aula centrale, allineata lungo l’asse est-ovest. Attraverso quell’apertura il sole al tramonto – che penetrava attraverso un lucernaio sul soffitto dell’atrio – raggiungeva l’abside posta ad oriente.

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Per salvaguardare la Basilica dalle vibrazioni della soprastante ferrovia e dalle infiltrazioni umide  che stavano lentamente aggredendo l’antica struttura, negli anni 1951-52 lo staff tecnico delle Ferrovie di Stato procedette con una imponente opera di consolidamento. La Basilica è stata quindi inscatolata in un  solido involucro di calcestruzzo armato. Mediante opportuni condotti di sfiato collegati con l’esterno  è stata garantita la ventilazione degli ambienti sotterranei. I lavori di isolamento della struttura, condotti tra il 1951 e il ‘52 dall’ing. Ezio Orlandini, costarono 320 milioni di lire corrispondenti a 5,5 milioni di euro. Furono impiegati 1.000 quintali d’acciaio e 5.500 mc. di di cemento.

N.B.: elaborati grafici dell’autore

Il bianco è il non-colore dominante di questi interni e bianco era il colore distintivo dei pitagorici e, in quanto leukòs, cioè luce, gradazione simbolica dell’apollineo. Febo è il dio della solarità mediterranea.

Il sole è essenza stessa di energia vitale. Tant’è che per i Greci l’Ade – per sua etimologia, ove l’alfa privativo è anteposto a “id” – sta a significare il luogo in cui per assenza di luce non si può vedere e le anime dell’oltretomba brancolano condannate all’oscurità. Anche per gli Egizi  nel regno dei morti il malvagio serpente Apopi con le sue spire fa di tutto per impedire al sole di sorgere.

La metempsicosi, cioè la trasmigrazione delle anime, è una credenza con cui i Pitagorici si trovavano in sintonia e a questo tema alludono anche i cicli mitologici di contesto orfico e dionisiaco che ritroviamo negli stucchi delle volte, come quello di Saffo, di Ganimede, delle Leucippidi etc. Si tratta di decorazioni a stucco duro, ottenute mescolando grassello e polvere di marmo, lasciate intenzionalmente in bianco perché questa doveva essere la cifra estetica di un ambiente improntato ad una purezza della linea non disturbata o distolta da superflui cromatismi. Bianca era anche per tradizione la veste dei Pitagorici.

Lo spazio ritmato secondo le proporzioni armoniche del numero aureo e della tetraktys pitagorica sembra concepito per accogliere un numero di 28 accoliti, perché questa cifra ritenuta perfetta cioè compiuta è la somma dei numeri da 1 a 7, dall’unità divina dunque sino a questo numero, il sette, sacralizzato dall’esoterismo cabalistico (cfr. BOUSQUET). 

tetraktys

Che l’ipogeo di Porta Maggiore non sia un edificio funerario come sostenuto da qualche archeologo (cfr. Bendinelli in bibliografia), lo lascia supporre l’assenza di celle tombali, di loculi o altro dettaglio di architettura sepolcrale. Al contrario, il lungo dromos che conduce al vestibolo e da questo alle navate basilicali, riveste il carattere di un percorso rituale, preparatorio per gradi e con valenza iniziatica. Così come a carattere iniziatico cultuale è l’orientamento perfettamente allineato sull’asse est-ovest. E si badi bene questo edificio a impianto basilicale – il primo di cui si ha conoscenza con destinazione d’uso non civile – è sicuramente precristiano e precede di almeno qualche secolo quello che sarà lo schema tipologico delle basiliche della nuova religione importata a Roma dalla Giudea.

La basilica neopitagorica è un monumento il cui stato di salute è delicatissimo e la cui salvaguardia, a causa di troppi fattori ambientali e logistici, impone rigide regole di controllo microclimatico. Per non comprometterne la conservazione, dal momento che i restauri sono ancora in corso, se ne permette la visita solo a gruppi ristretti e scaglionati, in numero massimo di una dozzina di persone per turno (fra le 10 e mezzogiorno) e solo nella seconda e quarta domenica di ciascun mese, previo appuntamento.

Queste brevi righe vogliono essere un incentivo a risvegliare l’interesse per questo importante e suggestivo sito archeologico poco conosciuto fra gli stessi romani. Vogliono essere il modesto contributo in quanti  (e sono molti) non hanno ancora avuto la possibilità di visitarlo, a suscitare il desiderio di mettersi in lista di attesa presso la Soprintendenza, pagare il biglietto e calarsi nelle viscere della terra per respirare le atmosfere e la malia di un luogo magico in cui il tempo sembra essersi cristallizzato. A volte è necessario abbassare le palpebre e spalancare il terzo occhio dell’immaginazione per viaggiare oltre le ascisse spazio-temporali e ritrovarsi catapultati in una dimensione che potrebbe esserci non del tutto ignota.

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Interno della basilica

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In alto: volta a botte della navata centrale (ratto di Ganimede, Leucippide rapita da un Dioscuro)

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In alto: abside dell’aula centrale. Saffo si getta dalla rupe. Alle sue spalle Apollo, in mare un tritone pronto ad accoglierla. Plinio il Vecchio, racconta di un’erba prodigiosa che faceva innamorare chi la trovava cosa che capitò a Saffo e Faone. L’infelice poetessa, non corrisposta, si uccise lanciandosi dal promontorio di Leucade. Dice Plinio: “a ciò credevano non solo quelli che si interessavano di magia, ma anche i pitagorici” (Naturalis Historia, XXII, 9: portentosum est, quod de ea traditur, radicem eius alterutrius sexus similitudinem referre, raro invento, se si viris contigerit mas, amabiles fieri; ob hoc et Phaonem Lesbium dilectum a Sappho, multa circa hoc non Magorum solum vanitate, sed etiam Pythagoricorum). Plinio il Vecchio, Storia naturale, con testo latino a fronte, Vol. 3\2: Botanica. Libri 20-27, Einaudi, Torino 1985

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Navata centrale

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Stucco decorativo: Apollo. Πυθαγòρας: il Pizio – epiteto di Apollo delfico – ha parlato (da Pythios + agoreuo/annunzio pubblicamente). Il saggio di Samo era ritenuto incarnazione del Dio dell’armonia

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Idria, fiaccola ed erma

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Tavola votiva

Vorrei concludere con una fulminante, lapidaria citazione di Sallustio, filosofo greco-romano di età imperiale caro a Giuliano (da non confondere dunque con lo storico di età repubblicana), il quale alla domanda su quando ebbero luogo gli episodi narrati dal mito risponde: “QUESTE COSE NON AVVENNERO MAI MA SONO SEMPRE” (cfr. Salustio, Sugli dei e il mondo, Milano 2000, capo IV, par. 8).

L’ammonimento, tratto da Perì theòn kai kòsmou, diviene suggello paradigmatico di un’epoca al suo tramonto.

arch. Renato Santoro – Roma, 12 novembre 2016

BIBLIOGRAFIA

F. FORNARI, E. GATTI, Brevi notizie relative alla scoperta di un monumento sotterraneo presso Porta Maggiore, in “Notizie degli scavi”, Roma 1918, pp. 30-52

F. CUMONT, La basilique souterraine de la Porte Majeure in “Revue Archéologique”, 1918, pp. 51-73; La basilique souterraine découverte près de la Porta Maggiore, à Rome, in “Comptes rendus des séances de l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres”, vol. 62, no4,‎ 1918, p. 272-275

H.M.R. LEOPOLD, La basilique souterraine de la Porta Maggiore, in “Mélanges de l’école française de Rome”, vol. 39,‎ 1921, pp. 165-192

G. BENDINELLI, Il Mausoleo Sotterraneo altrimenti detto Basilica di Porta Maggiore, Roma 1923; Il monumento sotterraneo di Porta Maggiore in Roma, in “Monumenti antichi”, Regia Accademia Nazionale dei Lincei, vol. XXXI, Roma 1927 pp. 601-859

J. CARCOPINO, Études romaines. La basilique pythagoricienne de la Porte Majeure, L’Artisan du livre, Paris 1927 (ristampa 1943)

J. HUBEAX, La “fatale” basilique de la Porta Maggiore, in “L’antiquité classique”, vol. 1, n. 1. 1932, pp. 375-394

J. BOUSQUET,Les confrères de la Porte Majeure et l’arithmologie pythagoricienne, in “Revue des Études Grecques”, 1951, pp. 466-471

S. AURIGEMMA, E. ORLANDINI, L’isolamento e il risanamento della basilica sotterranea neopitagorica di Porta Maggiore, in “Ingegneria ferroviaria”, anno VIII, n. 12, dicembre 1953, Collegio degli ingegneri ferroviari italiani, Roma 1953, pp. 857-876

S. AURIGEMMA, La basilica sotterranea neopitagorica di Porta Maggiore, Libreria dello Stato, Roma 1954; Istituto poligrafico dello Stato, Roma 1961, sec. ed. 1974)

NOTE

[1] Console nell’anno 44, proconsole in Africa nel 51-53, fu accusato di pratiche magiche da Agrippina. Fu confiscato di tutti i beni e della proprietà terriera. “Vitae suae attulit ante sententiam senatus” (Tacito, Annales, XII, 59). Tito Statilio Tauro IV era figlio di Tito Statilio Tauro III e di Valeria Messalla, dunque nipote in linea materna di Marco Valerio Messalla Corvino. Fratello di Tito Statilio Tauro Corvino (console nel 45) era perciò zio di Statilia Messalina, terza moglie di Nerone

[2] Gli Horti Tauriani prendevano il nome proprio da Tito Statilio Tauro IV che ne era originario detentore. La Gens Statilia possedeva infatti una vastissima area stimata in oltre 35 ettari, estesa tra la via Labicana-Prenestina e la Tiburtina. Requisiti da Agrippina al demanio imperiale furono poi divisi a favore di due liberti imperiali, Pallante ed Epafrodito, per essere successivamente inglobati da Gallieno, nel III secolo, ai contigui Horti Liciniani di sua proprietà. Dall’area degli Horti Tauriani, nel corso di scavi e sterri condotti in modo disordinato nel XIX durante la costruzione della Roma umbertina post-unitaria, sono venuti alla luce numerosi reperti archeologici, che oggi fanno parte delle collezioni dei Musei Capitolini, sistemati nella sala detta appunto degli Horti Tauriani

IN COPERTINA: F. Bronnikov, I pitagorici celebrano il sorgere del sole (1869), Galleria Tret’jakov, Mosca

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