UN PORTALE MISTICO-ALCHEMICO NELLA PROVINCIA SABINA

In tanti conoscono la cosiddetta Porta Magica di Piazza Vittorio a Roma, che – come abbiamo visto – era uno dei portali di accesso al giardino alchemico del marchese Massimiliano Palombara, nella sua villa urbana all’Esquilino del XVII secolo.

Cfr. link  https://archipendolo.wordpress.com/2016/10/22/la-porta-magica-di-villa-palombara/

Sono però in meno a sapere che nel Lazio esiste un altro esempio di portale gentilizio istoriato con simboli esoterici attinti alla tradizione alchemica. Si tratta dell’arco di Rivodutri, un piccolo borgo della provinicia reatina.

Quella di Rieti è una sub-regione tutta peculiare del Lazio. Da sempre la sua storia si intreccia con quella della Capitale, dai tempi della prima Roma dei Re, stando alla leggenda del famoso ratto delle Sabine, sicuramente generata dai rapporti e dalle integrazioni fra le genti dell’entroterra e quelle della piana costiera. I Romani si definivano Quirites e gli stessi storici latini concordavano nel ritenere l’appellativo derivato da Curites, cioè gli abitanti di Cures, città della Sabina da cui proveniva Numa, il secondo dei sette re di Roma, capo di una tribù sabina attestatasi sul colle Quirinale, devota al dio eponimo Quirino.

Tuttavia la Sabina e Reate, primo grande centro urbano che si incontrava lungo la via Salaria, al tempo della divisione amministrativa imperiale di Augusto non facevano parte del Latium ma erano inglobate alla Regio IV del Samnium.

Di fatto per ambiente, dialetto, storia e costumi, la Sabina è sicuramente imparentata alle popolazioni limitrofe dell’Umbria e dell’Abruzzo. Tanto è vero che Rieti – considerata geograficamente dagli antichi Umbilicus Italiae (baricentro peninsulare sia per Varrone che per Dionigi d’Alicarnasso) – con l’instaurazione del Regno Sabaudo fu annessa alla provincia di Perugia e soltanto nel 1927, quando l’amministrazione dell’Italia mussoliniana decise di far espandere il Lazio, fu promossa capoluogo di provincia ed incorporata nella nostra regione.

Rivodutri si trova a circa 16 chilometri a nord-est del Capoluogo Sabino ed è un caratteristico paesino su un costone di montagna, animato da poco più di un migliaio di abitanti. I luttuosi e disastrosi eventi sismici degli ultimi mesi, che stanno  devastando l’Italia Centrale modificandone l’aspetto non solo ambientale ma anche sociale, sicuramente finiranno con l’isolare e spopolare ancor più questo piccolo Comune.

La porta centinata di cui vogliamo parlare era l’ingresso ad un palazzotto signorile del luogo, presumibilmente del Seicento in vista dello stile e della qualità dell’intaglio lapideo. Gli studiosi del posto ritengono che la costruzione appartenesse alla famiglia dei Camisciotti, possidenti locali, ed era ubicato lungo il corso cittadino che attraversa longitudinalmente l’abitato (FIG. 1). Nel 1757 don Bernardino Camisciotti lasciò l’immobile in eredità alla famiglia dei Nicolò ed è infatti con il nome di Porta Nicolò che i rivodutresi chiamano familiarmente questo reperto. Usiamo il termine “reperto” perché in realtà si tratta di ciò che resta dell’edificio. Palazzo Nicolò nel 1874 fu donato alla comunità per impiantarvi un istituto scolastico femminile che sarà distrutto da un rovinoso terremoto verificatosi il giorno di San Silvestro del dicembre 1948.

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FIG. 1 (foto d’archivio, metà del XX sec.)

Rimasto in piedi solo il portale, fu smontato e custodito nei magazzini comunali dove rimase per decenni finché si decise di dedicare un piccolo giardino ai caduti della seconda guerra mondiale e questo suggestivo elemento architettonico fu posto a mo’ di ingresso-installazione antistante lo spiazzo che si affaccia sulla vallata (FIGG. 2, 3).

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FIG. 2

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FIG. 3

Rilievi e modanature dell’arco sono stati realizzati in pietra calcarea estratta dalle cave del reatino, a tessitura e grana sfaldabile; infatti è stata aggredita e corrosa dagli agenti esogeni (piogge, gelo, vento) al punto che alcuni dettagli sono leggibili a fatica (come ad esempio il simbolo mercuriale o il drago dell’Apocalisse, FIGG. 4, 5).

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FIG. 4

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FIG. 5

I temi decorativi mescolano simboli e motti di chiara matrice religiosa con altri più dissimulati e criptici, della tradizione ermetica o occultistico-alchemica.

Questo è probabilmente l’espediente adottato dalla committenza per occultare le allusioni ed evitare così di incagliarsi nelle maglie censorie dell’inquisizione pontificia. Era quella un’epoca in cui trasgressioni e interpretazioni eterodosse potevano essere tacciate di eresia con conseguenze non certo augurabili al malcapitato che doveva vedersela con un intollerante tribunale ecclesiastico.

Alla base dello stipite di destra compare la frase QUID HOC FORTIUS con i due segmenti che si intersecano e originano il quaternario alchemico ed i suoi  quattro elementi primari: terra, acqua, aria, fuoco (FIG. 6). Il punto d’intersezione delle linee rette è il punto d’origine della materia prima che l’alchimista deve sublimare in oro. Cosa più forte di questo?

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FIG. 6

Più in alto, a ben osservare, è individuabile il menzionato emblema di Hermes il dio ricercatore per eccellenza della pietra filosofale, legato al Trismegisto della tradizione mercuriale, il quale sovrintende alla trasmutazione dalla nigredo all’albedo, dalla citrinitas sino alla rubedo finale. Per questo, i quattro stadi dell’operazione alchemica sono stati associati agli elementi geometrici costitutivi della figura architettonica: lo stipite destro, quello sinistro, la curvatura dell’arco, la chiave di volta conclusiva, vertice massimo dell’intera costruzione simbolica dell’uomo 

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FIG. 7

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FIG. 8

Nelle predelle che si susseguono sui montanti laterali troviamo figurazioni generalmente ricorrenti anche nella simbolica cristiana: come la navicella che attraversa il mare (con la scritta “omnia bona mecum”, FIG. 7), metafora dell’animo umano che deve affrontare le burrasche esistenziali; ma anche palme e alberi carichi di frutti, raffigurazioni del sole e della luna (FIG. 8); così come le scritte  EX TUA MEA LUX EX MEA TUA o l’altra che suona TOT MIHI SUNT VIRES possono interpretarsi tanto in un contesto religioso quanto in quello esoterico. Questa commistione di tono mistico e accento iniziatico è stata spiegata da qualcuno come invocazione al sostegno divino di cui anche l’alchimista ha bisogno per condurre a buon fine l’Opus Magnum.

All’imposta dell’arco, sulla destra il monogramma del Cristo (FIG. 9), sulla sinistra il pentalfa pitagorico (FIG. 10), ben noto simbolo a tutti i cultori di esoterismo.

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FIG. 9

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FIG. 10

I lati della centina sono incorniciati fra lussureggianti rami di palma da dattero, considerata emblema di vittoria, rigenerazione, immortalità, presso tutti i popoli mediterranei (FIG. 11).

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FIG. 11

“Il giusto fiorirà come la palma” recita il versetto biblico (Salmi, 92.12).

In Egitto Hathor era la signora della palma da dattero, albero che i Greci chiamavano Phoenix come il mitico uccello che rinasce dalle proprie ceneri ed era associato al dio Apollo.

Per i Romani era il vessillo stesso della Vittoria e la divinità che ne era la personificazione proprio per questo era detta Palmaris. Anche Gesù avanza trionfalmente in Gerusalemme salutato dalla folla festante  fra rami di palma ondeggianti al suo passaggio. Per i primi Cristiani era simbolo del martirio ed i santi immolati per la fede nell’iconografia catacombale erano raffigurati con un ramo di palma fra le mani.

Jung, tanto per rifarci ad un simbolista più vicino ai nostri tempi, riferisce di una tradizione popolare mediorientale stando alla quale Adamo fu generato proprio da una palma da dattero (C.G. Jung, L’uomo e i suoi simboli, Longanesi, Milano 1980, p. 181).

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FIG. 12

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FIG. 13

Nella chiave di volta dell’arco, punto più elevato della costruzione del proprio Sé cui aspira l’Ars Regia, un cuore simbolo della decontaminazione dagli elementi spuri; al di sopra del quale campeggia il Rebis, il conseguimento del due in uno, il distillato finale in cui maschile e femminile si annullano nell’uomo cosmico nato dall’atanor dell’alchimia (FIGG. 12, 13), un tema iconografico assai diffuso (FIGG. 14, 15, 16) nella cultura ermetica della Rinascenza.

La scritta in caratteri greci che si intravede sembra soltanto una combinazione segnico-grafica senza un reale significato filologico.

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FIG. 14 – Leonardo da Vinci, il Rebis androgino

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FIG. 15 – Michael Maier, Symbola aureae mensae, 1617

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FIG. 16 – H. Jamsthaler, Viatorum spagyricum, 1625

Nell’imbotte una scritta in latino che il prof. Luca Vannozzi ha ricondotto ad alcuni versi tratti dal Cantico dei Cantici: sub umbra illius quem desideraveram sedi. E in un riquadro scolpito appare proprio la donna cantata da Salomone seduta in un angolo

Altre scritte, apparentemente senza senso, sono incise sul laterale sinistro (“macte”) e su quello destro  (“ocio”.) E’ ancora il prof. Vannozzi ad avanzare come soluzione del rebus l’ipotesi che si tratti del nome del committente, tal Macteoci, cioè Matteocci (appartenente ad una famiglia attestata nell’onomastica del luogo) che dalla documentazione d’archivio risulta essere stato segretario di Orazio Falconieri a Roma. Il periodo (XVII secolo) corrisponde, così come il contesto culturale. Se era uomo di lettere aveva sicuramente i requisiti per dare le disposizioni esecutive all’anonimo scalpellino che portò a compimento questo insolito Mutus Liber alchemico, di cui va divulgata tutta l’importanza e la intrigante lettura esegetica.

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FIG. 17

La libera muratoria di Rieti ha organizzato nel 2015 un convegno su testimonianze storiche ed esoteriche del territorio e naturalmente ha usato proprio la Porta Alchemica di Rivodutri come immagine-copertina dell’evento (FIG. 17).

La lettera Y che abbiamo visto campeggiare nelle mani del Rebis di Maier del 1617  è evocativa della lettera simbolo dei pitagorici (FIG. 18), trasposizione iconica del bivio di fronte al quale viene a trovarsi l’uomo quando deve scegliere fra la via “per aspera” della vita virtuosa e quella in discesa della vita facile della porta larga.

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FIG. 18 – Geoffroy Tory, Champfeury, 1529

Sappiamo che Pitagora e la scuola neo-pitagorica attribuivano alla Y questa valenza esoterico-iniziaticoa da un passo di Servio, grammatico latino del IV secolo, di commento al VI libro dell’Eneide virgiliana (Servii Grammatici qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, VI, 136, Hildesheim 1961)

arch. Renato Santoro – Roma 3 novembre 2016 

BIBLIOGRAFIA

A.M. Partini, C. Lanzi, La porta di Rivodutri e il simbolismo della palma, Edizioni Mediterranee, Roma 2007

 

 

 

 

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