IL FULGORE DELL’ARTE

Probabilmente se il grande pubblico sapesse che alcuni fra i più amati beniamini dello schermo e della cinematografia italiana erano massoni, è possibile che la diffidenza e l’aura sulfurea che circonda la libera muratoria nel nostro Paese verrebbero a stemperarsi e lo sguardo verso questa istituzione diventerebbe se non più benevolo di certo meno sospettoso.

E’ infatti possibile che personaggi come Totò o Aldo Fabrizi, Gino Cervi, Amedeo Nazzari, Arnoldo Foà, attori negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso capaci di riempire le sale, sbancare al botteghino e conquistare i favori delle platee da nord a sud dell’Italia bellica e post-bellica, fossero così pericolosi come la vulgata vuole per gli appartenenti alla confraternita degli “uomini liberi e di buoni costumi”?

E’ infatti ormai notorio che negli elenchi della massoneria, sia che si tratti di affiliati all’obbedienza raccolta sotto il Grande Oriente di Palazzo Giustiniani, sia di quelli facenti capo alla Gran Loggia di  piazza del Gesù (sono queste le due aggregazioni di logge più importanti, ma non le sole, del nostro Paese) sono registrati nomi di spicco provenienti dagli ambienti dello spettacolo. Tra questi, come si è appena accennato vale la pena ricordare Antonio De Curtis, in arte Totò, il quale nella vita era persona ben diversa dalla maschera comica e un po’ cialtrona che gli aveva dato popolarità e ricchezza, ed era Maestro Venerabile della Rispettabile Loggia “Fulgor Artis” di piazza del Gesù (F. Faldini, Roma Hollywood Roma, Baldini e Castoldi, Milano 1997). Chi lo conosceva nella sua quotidianità ha sempre raccontato di un generoso benefattore e di un uomo serissimo, schivo e riservato, che nella sua celebre poesia “La livella”, in cui si stigmatizzano le differenze di censo di fronte alla morte livellatrice,  ha saputo condensare la filosofia egalitaria della massoneria.

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NOTA: per un refuso del linotipista,  la data di morte indicata nel necrologio pubblicato su “Il Tempo” di Roma (21/4/1967) è erroneamente indicata come 15 marzo; in realtà si tratta del giorno 15 del mese aprile

Sapida l’allusione cripto-trasversale costruita sul doppio senso di una battuta rivolta dal personaggio Totò al comprimario De Filippo nel film comico Letto a tre piazze del 1960. Peppino, appeso a mezz’aria su un precipizio, vuole assicurarsi che la corda che deve tirarlo su sia ben annodata alla parete rocciosa e Totò di rimando: “La lego a un masso. Ne ho trovato uno magnifico …Questo resiste, è un bel massone. E’ massone.” “Allora posso stare tranquillo” gli fa eco l’altro.

1945

Ruggiero di Castiglione, nel pubblicare il libro Totò massone (Atanòr, Roma 2017), ha divulgato anche il testamento massonico del “principe della risata”, da cui si apprende che fu iniziato alla Loggia Fulgor di Napoli nel 1945 dopo che, alla caduta del regime fascista, la muratoria italiana era tornata libera. A Roma fu lui stesso ad  alzare le colonne della loggia capitolina Fulgor Artis, alla quale aderirono altri attori del suo giro, come Carlo Campanini, Vittorio Caprioli, Mario Castellani sua storica spalla comica. I “fratelli” teatranti si riunivano nei locali di via della Mercede 12, di appartenenza al Rito Scozzese Antico e Accettato (in quello che era stato il palazzo di Gianlorenzo Bernini). Alla metà degli anni ’50 Totò smise di frequentare i lavori, anche se – come  raccontarono i suoi confratelli –  dopo la messa in sonno continuò fino all’ultimo ad essere presente con il proprio obolo al “tronco della vedova”, il sacco della beneficenza da destinare a chi ne avesse bisogno; manifestando quella generosità d’animo che tutti gli hanno sempre riconosciuto.

Abbiamo già detto che l’elenco di attori italiani affiliati è nutrito e possiamo fare nomi anche di rilievo, come quello di Ettore Petrolini, iniziato nel 1923 alla Rispettabile Loggia “La Nazionale” di Piazza del Gesù (L. Pruneti, Gli iniziati, Mondadori, Milano  2014), il quale – in perfetto stile massonico – ci ha lasciato una feroce parodia dell’arroganza del potere dittatoriale e del grottesco mussoliniano nell’indimenticabile monologo di Nerone. Accanto ai nomi di Gino Cervi, Amedeo Nazzari o Aldo Fabrizi, eroi delle pellicole nazional-popolari del periodo, vanno ricordati quelli di Arnoldo Foà, Paolo Stoppa, Riccardo Billi, Tino ScottiCarlo Dapporto (che non ti aspetteresti) o valenti attori teatrali come Ermete Novelli, Ruggero Ruggeri, Renzo Ricci, Angelo Musco e il tenore Tito Schipa.

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Emblematica poi l’esperienza massonica del celebre fantasista televisivo Alighiero Noschese, che dall’obbedienza di piazza del Gesù, dove era stato affiliato nel 1967, passò nel 1974 al Grande Oriente d’Italia. Sono gli anni nefasti della Loggia coperta Programma 2 di Licio Gelli che contribuirono non poco ad appannare la credibilità dell’istituzione, marchiandola di una nomea di malaffare politico che ancora è dura a morire. Ancor più drammatico il suo suicidio quando furono divulgate le liste degli iscritti alla P2 nelle quali con il numero di tessera 1777 compariva anche il suo nome. Gli eventi di questo ultimo periodo del versatile imitatore hanno ispirato la trama avvincente del film “La voce” di Augusto Zucchi (2015).

Nomi di più recenti leve di attori iscritti alla massoneria sono, come è ben comprensibile, coperti dal diritto alla riservatezza che costituisce una delle più elementari regole di discrezione legate alla vita privata dell’individuo. Ma certamente anche fra i nuovi volti del nostro cinema e dalla fiction televisiva è possibile imbattersi in “fratelli” che sono stati illuminati (per dirla con il grande Totò) dal Fulgore dell’Arte.

arch. Renato Santoro, Roma maggio 2015

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