APOLOGO GOETHIANO

il silenzio dell’architetto custodisce in sé il linguaggio dell’architettura, e ad essa dà voce. Solo così l’architettura può esprimere se stessa nella propria essenza – indipendentemente  dai particolarismi e dalle caratterizzazioni –  e dare forma alla materia.  Con il suo silenzio l’architetto del XX secolo ha potuto accennare (magari solo alludere)  ad uno spiraglio di autenticità e, dunque, di verità.

Goethe,_Farbenkreis_zur_Symbolisierung_des_menschlichen_Geistes-_und_Seelenlebens,_1809

                                                            IN ALTO: Goethe, ruota dei colori (1809)

A sigillo di quel lungo percorso che, intrapreso con il Loos di primo Novecento, ha attraversato tutto il travagliato secolo scorso (passando per i Razionalisti italiani, Le Corbusier, il Brutalism) sino agli anni Novanta e a Libeskind,  sembra estremamente significativo accomiatarcene con una citazione letteraria, ma di argomento “muratorio” e con risvolti di interpretazione simbolica e filosofica, che potrà essere un sicuro e continuo spunto di riflessione per tutti. Non per nulla porta la firma di un gigante del pensiero tedesco, il Goethe delle Affinità elettive. Il brano che segue è, infatti, estrapolato dal capitolo nono delle Wahlverwandtschaften, dettato nel 1808 e pubblicato l’anno successivo. Si tratta del discorso oratorio tenuto dal maestro muratore in occasione della posa della prima pietra per la costruzione di una casa di campagna disegnata dal Capitano per Edoardo, protagonista maschile del romanzo[1].

G. M. Kraus_Goethe

                                                          IN ALTO: G. M. Kraus, Ritratto di Goethe

“Questa prima pietra, che col suo angolo designa l’angolo retto dell’edificio, con la sua forma rettangolare la regolarità di esso, con la sua posizione orizzontale e verticale la perpendicolarità e l’equilibrio di tutti i muri e di tutte le pareti, questa pietra noi potremmo posarla senz’altro: starebbe perfettamente sul proprio peso. Ma anche qui non deve mancare la calce, il cemento: poiché come fra gli uomini l’unione, a cui essi sono inclini per natura, si mantiene meglio se saldata dalla legge, così anche le pietre, che già aderiscono per la loro forma, vengono meglio congiunte da queste forze cementatrici. E poiché mal s’addice stare oziosi fra gente attiva, le Signorie Vostre non disdegneranno di dare anche qui la loro collaborazione.”

Così dicendo, presentò a Carlotta la cazzuola, con la quale ella gettò della calce sotto la pietra. Parecchi altri furono invitati a fare lo stesso e la pietra venne subito posata; allora fu porto a Carlotta e agli altri il martello, per consacrare formalmente con tre colpi l’unione della pietra col suolo.

“Il lavoro del muratore” proseguì l’oratore “ch’è ora alla luce del sole, se anche non si compie sempre di nascosto, è però destinato a rimanere nascosto. Le fondamenta regolarmente costruite vengono sepolte; perfino i muri che noi innalziamo in piena luce, non ricordano quasi all’osservatore, a edificio finito, l’opera nostra: saltano più all’occhio i lavori dello scalpellino e dello scultore e noi dobbiamo dare per di più la nostra approvazione, quando l’imbianchino cancella completamente la traccia delle nostre mani e si appropria la nostra opera coprendola, lisciandola e colorandola.

A chi dunque più che al muratore deve premere di soddisfare se stesso, facendo bene quello che fa? Chi più di lui ha ragione di nutrire la consapevolezza del proprio valore? Quando la casa è terminata, il terreno appianato e pavimentato, le pareti esterne ornate di fregi, egli penetra sempre con l’occhio attraverso a tutti i rivestimenti e riconosce ancora quelle sconnessure regolari e accurate, alle quali tutto l’edificio deve la sua esistenza e la sua durata. Ma come chiunque abbia commesso un’azionaccia deve temere che, nonostante ogni precauzione, essa venga poi in luce, così chi ha fatto il bene in segreto deve aspettarsi che anche questo, pur contro il suo volere, sia un giorno scoperto. Perciò di questa prima pietra noi facciamo al tempo stesso una pietra commemorativa…” [2]

ARCH. RENATO SANTORO – ROMA, MARZO 2015

NOTE

[1] Il Capitano, Edoardo, Carlotta e Ottilia sono i personaggi delle Affinità elettive, intrecciati da Goethe in un memorabile rapporto alchemico,  come se fossero gli elementi A, B, C e D di un ricettario da occultista. Tema e tenore degli argomenti,  i particolari, i riferimenti allusivi di cui l’intero racconto è disseminato, sono tutti indizi che rendono credibile la iniziazione dello scrittore tedesco alla libera muratoria (nel 1780 a Weimar, all’età di trentuno anni)

[2] J. W. Goethe, Le affinità elettive (nella traduzione di C. Baseggio), ed. BUR, Milano 2004, p. 143-144

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