ESTETICA METASTORICA DI HOMO SAPIENS

Scegliete un vecchio muro in rovina stendetevi sopra un pezzo di seta bianca e contemplatelo mattina e sera finché voi possiate vedere la rovina attraverso la seta, i suoi rilievi, i suoi piani, i suoi zigzag, le sue fessure, fissandole nel vostro spirito e nei vostri occhi. Fate  delle prominenze le vostre montagne, delle parti più basse le vostre acque, degli incavi i vostri burroni, delle fessure i vostri torrenti, delle parti più illuminate i vostri piani, delle parti più scure i piani successivi. Fissate tutto ciò profondamente in voi e ben presto voi vedrete degli uomini, degli uccelli, delle piante e degli alberi e delle figure volanti o smoventesi fra essi. Voi potrete allora dipingere seguendo la vostra fantasia. E il risultato sarà celeste non umano.”[1]

Così insegnava ai suoi apprendisti, nell’XI secolo d.C., il pittore cinese Song Ti.

A voler parafrasare questo remoto artista, possiamo fantasticare chissà quali immaginifiche suggestioni, nell’umida penombra di una qualsiasi grotta franco-cantabrica, possono essersi lasciate intravedere dall’uomo del Pleistocene, che andava perdendosi nella contemplazione delle asperità e delle concrezioni sulla volta rocciosa.

Le generazioni europee della seconda metà del Novecento, che hanno goduto e metabolizzato le libere esplosioni creative delle Avanguardie storiche – ed, in particolare, dell’Astrattismo –  possono dirsi privilegiate nel godimento pieno (e svincolato da quei pregiudizi estetico-formali che potevano inibirne la fruizione ai primi scopritori) delle elaborazioni figurative dell’arte paleolitica.

Chi abbia amato certe silhouttes danzanti di Matisse,  certi geroglifici di Mirò o i volumi di Archipenko, di sicuro non può che trovarsi a proprio agio di fronte alle creazioni della cosiddetta arte preistorica.

A proposito di preistoria, comunque, conviene subito osservarne l’improprietà del termine. La lingua tedesca, ad esempio, con l’uso comune dei vocaboli Vorgeschichte[2] e Ursprung (in senso esteso), alternativi a Prähistorie ed equivalenti a età delle origini, ha saputo aggirarne ogni malinteso lessicale ed interpretativo (subordinato al vecchio significato, ormai improponibile, di storia, intesa come tale, solo se “abilitata” da una testimonianza scritta)[3].

Si può forse credere che la pre-istoria (cioè: prima della storia e, quindi, non-storia), non sia una ben documentata stagione dell’evoluzione umana?

Le tracce tangibili della  presenza dell’homo sapiens, dalle punte scheggiate alle madri steatopigie (alla cui datazione viene in soccorso l’affinamento delle indagini scientifiche), possono benissimo sopperire alla mancanza di qualsiasi alfabeto.

Se la preistoria non fosse storia, qualcuno potrebbe anche  dire che l’arte del paleolitico  non è arte (tutt’al più sarebbe, ad essere condiscendenti,  pre-arte).

Al contrario, in quanto prodotto dello spirito intuizionale dell’uomo, essa è – a pieno titolo – arte.

Di più: poiché essa è tutta tesa ad una penetrazione ed interpretazione metafisica della natura conosciuta, potrebbe addirittura definirsi meta-arte.

In merito al rapporto tra storia e preistoria, non hanno perso smalto; e sono sempre pregnanti di suggestione e significato le folgoranti osservazioni sul tema, elaborate da Federico Schelling.

Il filosofo tedesco[4], in pieno clima romantico, quindi sensibile al fascino dell’anticlassico ed alle seduzioni del primitivismo di Natura, ha saputo ritagliare la preistoria come una categoria a sé stante, non opposta ma distinta dalla storia.

Però, non nel senso  detto precedentemente. Essa è vista, piuttosto, come una sorta di età dell’oro, sublimata da una umanità sfrondata da sovrastrutture etno-razziali, linguistico-culturali e religiose;  dunque, molto più vicina alla totalità del sé, all’unicità  del divino.

Schelling la definisce un’epoca di “assoluta identità”, “un’epoca atemporale”, con una “dimensione sovrastorica” (una meta-storia) che “non comporta un prima ed un poi”, che costituisce , quasi, “una sorta di eternità”[5].

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1: Pittura rupestre del Tassili. 2: P. Picasso, Tauromaquia. (1959) 3: Cavallo da Lascaux (FR). 4: V. Kandinskij, Lirica (1911)

arch. Renato Santoro, Roma 2015

NOTE

[1] Lo scritto, riportato da Raphaël Petrucci in La philosophie de la Nature dans l’art d’Extrème Oriente, Parigi, 1910,  è stato citato tradotto in italiano, da Leone A. Rosa: in La tecnica della pittura, Soc. Editrice Libraria, Milano, 1937, n. 1, p. 20

[2] Diffuso anche  nella forma Urgeschichte, v. sub vocibus: Handwőrterbuch Deutsch – Italienisch, ediz. Paravia, Torino, 1996; Wőrterbuch der synonyme und antonyme, Fischer Taschenbuch Verlag, Francoforte, 2001

[3]  In Italia C.L. Ragghianti suggerì l’uso del composto paleostoria, titolando il suo saggio sul tema: L’uomo cosciente. Arte e conoscenza nella paleostoria, Calderoni, Bologna, 1981

[4]   cfr. F.W.J. Schelling: Filosofia della mitologia (v. lezione X – 1842). Ediz. Guerini e associati, Napoli, 1998, p. 353 e seguenti

[5]  F.W.J. Schelling, op.  cit., p. 362

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