IL COMMIATO DEGLI DEI

Greci e romani, dominatori d’oltremare dell’Egitto tardo, pur sovrapponendosi (con lingua, amministrazione, diritto) come corpi estranei al tessuto connettivo di quell’antichissima civiltà, da essa avevano mutuato apporti culturali e religiosi: una sorta di ratifica della primogenitura faraonica. Riconoscerne tradizioni, stili e, soprattutto, divinità è il più lusinghiero “onore delle armi” che i conquistatori potessero tributare al Paese sottomesso.

Tutto cambia con l’avvento della religione cristiana che ai suoi esordi può anche intendersi, per certi aspetti, una corrente del giudaismo o del suo fondamentalismo essenico. La religiosità del popolo ebraico possiede, per sua natura monocratica, quegli accenti massimalisti che poco margine lasciano ad altre confessioni. Per questo i cristiani si diffondono nella società egiziana ma non possiedono la disposizione mentale a compromessi sincretistici con i culti locali, come invece era accaduto a macedoni e latini; i quali, senza prevenzioni di fondo, erano culturalmente strutturati per accogliere nuovi dei nel proprio eclettico e multiforme pantheon.

L’affermarsi del cristianesimo sulle rive del Nilo decreta l’esilio degli antichi numi. L’Egitto è ormai una provincia bizantina (395-641 d.C.). L’impero d’Oriente, attraversato da lotte intestine e fiacco militarmente, non ha forze adeguate per contrastare con fermezza gli attacchi esterni e l’Egitto è un lembo di confine troppo distante da Costantinopoli per arginare l’accerchiamento di kushiti da sud, libici da ovest, persiani da est. Eppure Bisanzio riesce ad agire come centro propulsore della nuova religione in arrivo dalla vicina Palestina. E’ qui in Egitto, infatti, che sorgono i primissimi luoghi devozionali e conventi monastici della cristianità orientale[1].

Già Elena, la madre di Costantino proclamata santa dalle chiese di Roma e di Costantinopoli, nel 343 a.D. fa costruire sul monte Sinai, nel luogo del roveto ardente presso cui la tradizione vuole che furono dettate a Mosè le Tavole della Legge, una piccola chiesa commemorativa. E’ il primo nucleo di quello che sarà il monastero di Santa Caterina, voluto nel 530 a.D. da Giustiniano in onore della martire di Alessandria. Arroccato nella brulla solitudine della penisola sinaitica, si svilupperà nei secoli secondo i moduli dei coevi complessi monastici greco-bizantini, vera e propria enclave ortodossa ritagliata nel mondo islamico. La comunità copta, considerata erede naturale degli antichi egizi, ha abbracciato, proprio in quei primi secoli della nostra era, la fede cristiana nella sua variante monofisita, adottata dal concilio di Calcedonia del 451 d.C.

Il monastero più antico è quello di S. Antonio Abate, impiantato nel 356 d.C. sulla tomba di uno dei santi più venerati dalla chiesa d’Oriente, sviluppatosi a partire dal VII sec. d.C. con l’arrivo dei monaci dei conventi circostanti, che cercavano scampo alle incursione dei beduini della regione. Sorge in posizione elevata, nel deserto orientale, non lontano dal Mar Rosso (40 km. a sud-ovest dalla moderna cittadina costiera di Zaafarana).

Nell’ultimo scorcio del V sec. d.C. , per volontà dell’imperatore Zenone, sulla tomba dell’eremita e santo egiziano Mena (o Minàs alla greca) nel deserto di Mariut a sud di Alessandria – la palude Mareotide dei romani – viene costruita, per grazia ricevuta, la chiesa di Abu Mina a tre navate e transetto, come da impianto basilicale paleocristiano .

Il mammisi augusteo di Dendera, dove un tempo si officiavano i misteri hathorici, sul finire del V sec. d.C. è trasformato in basilica cristiana a tre navate e presbiterio triconco, quale gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire.

hermoupolis

Stesso schema basilicale ricorre nei modelli ecclesiali a navata e abside triconca di Hermoupolis Magna presso l’odierna Ashmunein (v. FIG. in alto); e del Convento Bianco, entrambi della prima metà del V sec. d.C.; del Convento Rosso, penultimo decennio del V sec. d.C.. Una peculiarità di questi impianti, rispetto alla contemporanea tipologia occidentale, è l’infittirsi delle colonne, derivata verosimilmente dai precedenti templari egizi, caratterizzati quelli da sale ipostile iperstatiche. Il Convento Bianco e il Convento Rosso, rispettivamente Deir el-Abiad e Deir el-Ahmar, sono sorti a pochi chilometri di distanza, l’uno dall’altro, , nelle vicinanze di Sohag, Egitto centrale.

Esempi di questa architettura paleocristiana orientale sono diffusi lungo tutto il Paese: dai conventi di Wadi el-Natrun, depressione desertica a occidente del Delta, eletta a romitaggio di mistici asceti egiziani del IV sec. d.C. (San Bishoi, San Makarios) che qui fondarono storici cenobi copti (Deir Amba Boshoi, Deir Abu Makar, Deir el-Baramus o Monastero dei Romani); passando per il San Geremia di Saqqara (V sec. d.C.); il convento di S. Pacomio a Tabennisi (Tabennae) nel deserto della Tebaide (IV sec. d.C.); fino al San Simeone di Assuan (VI sec. d.C.). Una diffusione, questa, che testimonia l’ampiezza di raggio d’azione del nuovo credo.

A.D. 551: con ordinanza giustinianea chiude i battenti l’estremo baluardo pagano, il santuario isiaco sull’isola di Philae. Il “Galileo” ha vinto, per dirla con Giuliano. Gli dei si accomiatano dall’Egitto. Ma questo è solo l’incipit di un altro capitolo della storia.

arch. Renato Santoro, Roma 

[1] T. Scalesse, L’architettura paleocristiana nell’Oriente mediterraneo, in AA.VV., Lineamenti di storia dell’architettura, Roma 1978, pp. 180-183

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