IL PANTHEON DELL’EGITTO GRECO-ROMANO

Le divinità cui erano dedicati i templi d’Egitto nei secoli del periodo tolemaico e romano sono le stesse adorate, più di duemila anni prima, dalle antiche dinastie. Ed è un moltiplicarsi di santuari: agli dei della prediletta triade eliopolitana: Iside (Dendur, Kysis, Luxor, Philae, Taphis), Osiride, Horus (Edfu); della triade menfita: Ptah (Karnak), Sekhmet, Nefertum; o della triade tebana: Amon (Debod, oasi di Dakhla e Kharga, oasi di Siwa), Mut e Khonsu  (oasi di Kharga, Hibis); agli dei della grande o piccola Enneade: Nefti (Antaeopolis), Thot (Pselchis); alla miriade di numi del pantheon egizio: Hathor (Deir el-Medina, Dendera), Sobek (Dionysias, Karanìs, Kom Ombo, Narmouthis, Soknopaiou Nesos), Khnum (Elefantina, Esna), Montu (Hermonthis, Karnak, Medamoud, Tod), Min (Koptòs), Mandulis (Talmis), etc.; talora rivisitati in chiave ellenistica, come ne è emblematico esito sincretistico Serapide, il dio dalle fattezze di Zeus/Giove nato dalla fusione di Osiris-Apis (Serapei ad Alessandria, tempio di Hierà Sykaminos).

Ripercorriamo dunque, in un veloce compendio, quali fossero cosmogonia e teologia codificate dal clero dei faraoni.

I sacerdoti di Iunu (questo il nome antico della greca Heliopolis) riconoscono in Atum il dio/principio-creatore (identificato, nel suo manifestarsi, con la solarità di Ra) che genera Shu e Tefnut (l’aria e la rugiada), da cui nasceranno Gheb e Nut (terra e cielo) la cui unione darà vita a Osiride e Iside, Nefti e Seth. E’ questa la grande Enneade. Accanto ad essa i sacerdoti egizi, intenti ad organizzare in serie numeriche sacralizzate (il nove è multiplo di tre) il cospicuo repertorio di divinità locali, annoveravano la piccola Enneade, composta da Horus (nato da Iside e Osiride) e i suoi quattro figli: Amset, Hapi, Duamutef e Qebehsenuf (acqua, terra, fuoco, aria); Anubi (nato da Nefti e Osiride), Maat, Thot e il demiurgo Ptah. Proprio quest’ultimo è anello di congiunzione con la teologia menfita che lo considera dio ordinatore del mondo attraverso la parola; concetto che rimanda al logos degli elleni o dell’evangelista Giovanni.

Thot (che in età greco-romana sarà gemellato a Hermes/Mercurio) è invece il dio che presiede l’Ogdoade di Khemenu, le quattro coppie divine espressione della primordialità espressa in forma duale: Nun e Naunet (le acque originarie), Keku e Keket (l’oscurità), Heh e Hehet (l’illimitatezza), Amon e Amaunet (l’invisibilità).

Un Paese per definizione diviso in due, nei regni dell’Alto e del Basso Egitto, e  frammentato in 42 amministrazioni distrettuali, esprimeva la sua territorialità anche sotto l’aspetto cultuale sicché ogni regione, ogni città aveva il proprio patrono tutelare.

L’uso che adottarono i Tolomei di ellenizzare i toponimi dei principali capoluoghi delle nomarchie, testimonia la sovrapposizione delle mitologie greca ed egizia e l’interscambiabilità dei celesti numi. E’ così che il capoluogo del II nomòs dell’Alto Egitto, oggi Edfu, per gli egizi “Trono di Horus” (Wtjeset-Hor), sarà ribattezzato Megale Appollonopolis (o Apollinopolis Magna alla latina), a significare l’assimilazione del dio solare al luminoso Febo-Apollo di Delo. Lo stesso accadrà per: Diospolis “la città di Zeus”, nome dato a Tebe perché Amon è identificabile con il padre degli dei dell’Olimpo; Koptòs e Panopolis dove era venerato Min, il dio itifallico assimilato perciò a Pan; Lykopolis sotto la protezione di Upuat, divinità in sembianze di lupo (in greco lykos); Hermoupolis  dove, come si è detto, Hermes è alter-ego di Thot; Kynopolis luogo di culto dello sciacallo Anubi, il cane (in greco kynos) del deserto; Herakleopolis Magna la città in cui si adorava Hershuf, trascritto in greco Harsaphes associato (forse per assonanza) con Eracle/Ercole; Heliopolis la città del sole  che traduce la Iunu degli egizi sede di Atum, il principio solare creatore.

Ma il culto che più sedusse i conquistatori greci e romani fu quello dei misteri di Osiride, legati alla metafisica dell’oltretomba cui poteva essere più permeabile la sensibilità della nuova società scaturita dal confluire, in unico atanòr alchemico, degli archetipi del mondo egizio, di quello orfico ellenico, di quello ebraico-cristiano. Nelle necropoli di Alessandria e dell’oasi del Fayyūm, l’iconografia dominante è quella legata alla sacra rappresentazione del dramma osiriaco, momento alto di riflessione dell’uomo mortale al cospetto dell’enigma dell’aldilà ultraterreno. Interpreti di questo allestimento scenico da Libro dei morti sono: Osiride, Iside, Seth, Nefti, Hathor, Horus, Anubi, Thot, Maat, ciascuno con il proprio ruolo.

Osiride, ucciso e smembrato in 14 pezzi dal perfido fratello Seth, viene ricomposto e riportato in vita dalla sposa e sorella Iside, assistita da Nefti. Congiungendosi con Iside, Osiride genererà Horus (mentre da un amplesso dell’altra sorella Nefti con Osiride nascerà lo sciacallo Anubi). Hathor (che alla lettera significa “dimora di Horus”) rappresenta il grembo cosmico che accoglie la gestazione del dio-falcone. Horus per vendicare il padre si batterà con Seth e, sconfittolo, allontanerà in esilio nel deserto il malvagio zio.

papyrus

Nel rito funebre del giudizio divino, Anubi e Horus conducono il defunto al cospetto di Osiride. Alle spalle del trono assistono Iside e Nefti e un tribunale di 42 divinità del pantheon egizio che sottoporranno ad interrogatorio il bussante, mentre Anubi procede alla pesa della sua anima (psichostasia). Usa come contrappeso, sul piatto della bilancia, la piuma di Maat, la dea simbolo di ordine, verità, giustizia. Il risultato viene registrato da Thot, il dio sapienziale che ha insegnato la scrittura agli uomini.

Anmut, demoniaco ibrido di animale (corpo d’ippopotamo e testa di coccodrillo), attende la sentenza; se questa sarà di condanna divorerà il cuore del morto, cui sarà così preclusa la vita eterna.

La magica Iside e il dio alessandrino di nuovo conio, Serapide, trovarono fortuna anche in Italia, dove furono innalzati Isei e Serapei a Pozzuoli, Pompei, Tivoli, Firenze e, soprattutto, a Roma, nel cuore stesso della Capitale dell’Impero.

arch. Renato Santoro, Roma 2014

Annunci

Un pensiero su “IL PANTHEON DELL’EGITTO GRECO-ROMANO

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...