Monumento a Benjamin di Dani Karavan, Port Bou

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La parola chiave è “passaggio” e rimanda al titolo di un  celebrato saggio, pubblicato postumo, del filosofo berlinese Walter Benjamin[1].

Un corridoio, simbolicamente, può mettere in comunicazione due sponde: tutto quanto sia situato al di qua e quanto al di là di una soglia, di quella linea invisibile messa lì a tracciare il confine fra gli opposti componenti della dualità del mondo.

L’intellettuale tedesco, comunista ed ebreo in fuga per l’Europa, con la Gestapo sulle sue tracce, giunto a Port Bou, in Catalogna, al confine iberico con la Francia meridionale, proprio mentre è sul punto di lasciarsi alle spalle il vecchio continente, decide improvvisamente di togliersi la vita[2]. Anche questo è un modo, sia pure estremo, di “passare”! E ad un passaggio, lascia pensare il monumento che l’artista israeliano Dani Karavan[3] ha “installato” nella spettacolarità di una natura che da scenario diviene alveo e custodia stessa dell’opera (intitolata, appunto, Passagen  e datata 1992-94).

Solo per convenzione lo chiameremo “monumento”, pur sapendo che tale non è. In lingua tedesca, molto più appropriatamente, è Gedenkort che, alla lettera, vuol dire “luogo della memoria” (più intenso ancora del Memorial  inglese).

Punto di intersezione fra Land Art, scultura ed architettura, questo segno artistico è una lacerazione, una trafittura nella terra viva, un condotto (il passage  è rivestito da lamine di metallo, ossidate dal tempo) che perfora il suolo e sbuca negli Inferi.

Come una via crucis concepita per stazioni, il monumento funebre è articolato in percorsi-momenti esistenziali: quello che dal piccolo e polveroso cimitero sale alla piattaforma affacciata sul mare aperto; quello che attraverso un portale sghembo (alto 2 metri e 35 centimetri) immette nelle viscere della Gran Madre; la scalinata (87 gradini di ferro) che scende verso il baratro, rappresentato dall’apertura finale (schermata da una spessa lastra di cristallo trasparente) che si apre sul vuoto, oltre il quale si precipita nei flutti della disperazione estrema. Metafora questa del sentiero ultimo intrapreso dal filosofo braccato dai nazisti e dai suoi fantasmi.

arch. Renato Santoro, Roma 2014

NOTE

[1] Si tratta di Passagenwerk, scritto fra il 1927 ed il 1940, anno della sua morte, tradotto in Italia come I Passages di Parigi (pubblicato da Einaudi, Torino 2002). Opera dedicata alla Parigi del XIX secolo ed alle sue trasformazioni urbanistiche, fu ispirata dal rimpianto per i  “passages”, gli stretti corridoi della città vecchia,  tortuosi e malfamati ma brulicanti di vita e di verità, spazzati via per far posto agli eleganti boulevards, rettilinei ed asettici, espressione borghese della modernità

[2] E’ la notte tra il 25 ed il 26 settembre 1940. Walter Banjamin, che è nato a Berlino il 12 luglio 1892, si suicida all’età di quarantotto anni, assumendo una dose massiccia di morfina

[3] Nato a Tel Aviv nel 1930, ha studiato a Gerusalemme all’accademia di Arts and Crafts e nel 1955-57 a Firenze e Parigi. Scultore minimalista, che si cimenta in interventi che coinvolgono paesaggio e natura,  è stato imparentato alla Land Art

BIBLIOGRAFIA

D. Karavan, Hommage an Walter Benjamin: der Godenkort “Passagen” in Portbou, Verlag Philipp von Zabern, 1995

P. Restany, D. Karavan, Daniel Karavan, Prestel Verlag, 1997

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