MAUSOLEO ALLE FOSSE ARDEATINE, ROMA

I sentieri nel bosco cari ad Heidegger, come potevano essere quelli della Selva Nera, hanno percorsi impervi, nel fitto della boscaglia ove i raggi del sole filtrano a stento (metafora dell’uomo che si districa nelle trame della ragione). Sin che d’un tratto, ad una improvvisa svolta di tornante, si apre una radura inattesa, in cui finalmente la visione della verità si dischiude chiaramente[1]. Ma è solo un bagliore che istantaneo dilegua: al non-nascondimento dell’essere segue il ri-velamento, mentre il viandante si rituffa nella penombra chiaroscurata dell’esser-ci.

Qualcosa di simile accade di provare, inoltrandoci lungo il circuito “catacombale” scavato nel tufo alle Fosse Ardeatine; qualcosa di simile, forse, voleva proprio essere trasmesso dal gruppo di architetti progettisti del sepolcreto. Quando ci si addentra nelle cave della via Ardeatina – che furono teatro dell’efferata rappresaglia tedesca[2] (e che costituiscono parte integrante del mausoleo) – il buio, umido e mefitico, della galleria  sotterranea, è squarciato, di tanto in tanto, da improvvise aperture nella volta delle grotte. Sono le falle create dall’esplosivo utilizzato dai tedeschi per far saltare l’ingresso alle cave e rendere inaccessibile il luogo in cui si era consumato il massacro. Attraverso quelle feritoie slabbrate e irregolari,  un fascio di luce, irrorato dall’alto, rischiara (quasi heideggerianamente) quel faticoso sentiero verso la morte e verso l’ultima verità.

Le gallerie, ripulite dai detriti e consolidate, sono volutamente inserite all’ interno del progetto commemorativo e sono il percorso preliminare,  che culmina nel vasto ambiente a pianta quadrata in cui, allineate come in una scacchiera,  le 335 bare di pietra sembrano schiacciate sotto una immensa lastra tombale. Si tratta di un enorme copertura in cemento armato – rivestita con pannelli di pietra bocciardata, sbozzata, in modo da simulare un blocco unico di granito – sostenuta da sei pilastri laterali (snelli e non evidenziati) che la sollevano appena dalle pareti perimetrali. Sicché l’effetto è quello di un pesantissimo masso sepolcrale che incombe,  un istante prima della tumulazione definitiva. E attraverso la lama orizzontale di quella fessura, si intravede l’estremo spiraglio di luce e di vita.

Subito dopo la liberazione, nel settembre del 1944, era stato indetto il concorso per la costruzione del memoriale. La scelta cadde sul progetto di un gruppo costituito da cinque giovani architetti: Nello Aprile, Cino Calcaprina, Aldo Cardelli, Mario Fiorentino e Giuseppe Perugini (citati in ordine alfabetico). Iniziati i lavori a novembre del 1947, l’inaugurazione ebbe luogo a marzo del 1949, giusto a cinque anni di distanza dalla strage.

Come al solito, quando si parla di una squadra progettuale, è arduo individuare (e definire) ruoli e competenze. Tuttavia, sembra che a Fiorentino e Perugini si debba l’intuizione poetica formante. Certo sarebbe stato facile scivolare dritti verso la retorica ed il monumentale. Qui, invece, accade esattamente il contrario: la linea percorsa è quella dell’asciuttezza, della essenzialità, senza sbavature ed anche senza patetismo.

Niente di più  antiretorico ed antimonumentale. Un esempio imprescindibile ed un monito etico, prima che estetico, nel campo dell’architettura commemorativa.

arch. Renato Santoro, Roma 2014

NOTE

[1] Il filosofo tedesco si è servito sovente di questa similitudine, ma in particolare cfr. M. Heidegger, Holzwege – Sentieri erranti nella selva, ed. Bompiani, Milano 2002

[2] L’episodio è noto ma è bene rievocarlo. In un’azione dei resistenti italiani, in via Rasella, strada nel centro di Roma,  l’esplosione di un ordigno contò una trentina di vittime fra i soldati tedeschi. Per rappresaglia, le truppe nazi-fasciste, agli ordini del generale Kappler, rastrellarono  335 italiani (tra prigionieri comuni, dissidenti politici, massoni, ebrei, ma anche civili incappati nella retata), dieci per ogni tedesco caduto. Condotti in una delle cave di tufo sulla via Ardeatina, il 23 marzo del 1944 furono crivellati, uno sull’altro in un informe cumulo di orrore e sangue

BIBLIOGRAFIA

B. Zevi, Controstoria dell’architettura in Italia, Ottocento e Novecento, ediz. Newton & Compton, Roma 1996

A. Zevi, Fosse Ardeatine, Roma, ed. Testo & Immagine, Torino 2000

F.R. Castelli, Un monumento diventato simbolo in “Capitolium Millennio” n. 21, marzo-aprile 2002

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