Jüdisches Museum di Daniel Libeskind, Berlino

Benjamin, come molti intellettuali di religione ebraica destinatari delle discriminazioni incoraggiate dalle leggi razziali di Germania ed Italia, prima di soccombere alla disperazione ultima, aveva carezzato l’ipotesi della migrazione in America.

In quegli anni[1], fu grandissimo il numero di accademici, artisti, scienziati ebrei che furono costretti ad abbandonare il vecchio continente per trovare scampo e ritrovare dignità in quello che, allora, sembrava essere l’unico paese alternativo possibile.

E’ anche per questo che l’America del secondo dopoguerra, rigenerata da nuova linfa, e di così elevato valore culturale, è balzata prepotentemente sulla scena artistica mondiale. L’apporto di molte delle più belle intelligenze del tempo – vessati e perseguitati per diversità razziale o appartenenza religiosa, ma anche per ideologia politica [2] – non è stato certo marginale.

Daniel Libeskind, un architetto fra i più acclamati e premiati del nostro tempo, forse non a caso appartiene ad una famiglia di ebrei polacchi emigrata negli Stati Uniti in cerca di fortuna. Nato nel 1946 a Lódź (in Polonia) da genitori sopravvissuti al lager nazista, Daniel ha undici anni quando segue la famiglia in Israele e, due anni dopo, in America. Chi meglio di lui, dunque, abilitato a confrontarsi con il dramma ebraico della Shoah [3]  ed il problema della memoria storica?

L’occasione è lo Jűdisches Museum, l’ala ebraica del Berlin Museum, progettato nel 1989 e portato a compimento nel 1998.

Il tema è scomodo, per taluni aspetti sgradevole.  Perciò, anche l’architettura che lo interpreta non può essere ammiccante. E’, semmai, “anti-graziosa”, spigolosa, dissonante perché come tale deve riprodurre il fastidio ed il disagio dell’argomento, senza nulla concedere al facile, al lineare, al logico. C’è forse logica nello sterminio di milioni di esseri umani?

E poi, da bravo cabalista giudaico, Libeskind la dissemina di simboli e messaggi cifrati, che solo gli adepti (o gli addetti ai lavori)  potranno decriptare.

Siamo di fronte ad una immagine architettonica costituita da pareti alte e impenetrabili, angoli improvvisi ed aguzzi, scorci acuminati e taglienti, che è capace di rendere il senso di vuoto soffocante, di peso opprimente che un ricordo tanto atroce può infondere.

Un discorso a sé merita, poi, la lettura dell’impianto grafico progettuale, quella strana planimetria (v. fig. 123) che è stata anche accostata al fulmine di un dio pagano[4], ad un serpente amerindio[5], cioè a simboli con risvolti magici antichissimi ed occulti.

La pianta dello Jűdisches Museum di Berlino fa tornare alla mente quel Nietzsche che  paragona se stesso ad “una linea a zigzag che una ignota forza traccia sulla carta per provare una nuova penna”[6]. E’ un linguaggio figurato assai efficace per descrivere un andamento di discontinuità,  un diagramma che riproduce il sali-scendi  della storia dell’uomo, sia essa intima e personale o collettiva e pubblica,  con i suoi picchi, in alto e in basso, o piuttosto sprofondati ai minimi livelli, come nel caso specifico in esame dell’Olocausto.

Ma alla decifrazione del progetto di Libeskind contribuisce l’architetto stesso, il quale ci rivela l’influsso che su di lui ha esercitato il pensiero “decostruzionista” di Derrida, molto attivo e accreditato negli Stati Uniti degli anni Ottanta del secolo scorso. La “decostruzione” cui si riferisce il filosofo franco-algerino è quella linguistica, ma può essere applicata, previi i dovuti distinguo, al metodo architettonico. Certo “decostruzione” è quasi un ossimoro, una contraddizione in termini se parliamo di architettura e di arte del costruire. Ma “decostruire” per Jacques Derrida (che nasce heideggeriano e qui riprende un concetto già presente nel pensatore tedesco),  non equivale certo a distruggere. Il suo è semmai uno scomporre, uno smontare per comprendere intimamente il meccanismo ed il funzionamento del logos, avvicinarsi al senso originario e poterlo ricomporre giustamente.

Daniel Libeskind racconta di essere partito dall’osservazione di un simbolo ebraico, quello più immediato e familiare nell’immaginario comune: la stella di David.

Segno e vessillo di un’appartenenza che non è possibile rinnegare, quella stella, nella Germania delle persecuzioni razziali, veniva cucita come un marchio di discrimine ed infamia, sui cappotti di quegli innocenti, imbattutisi nel punto più infimo del diagramma, il tempo delle deportazioni.

Ed è quella stella che Libeskind “decostruisce” in una poligonale spezzata, allegoria dell’intelligenza che si accende a ritmi intermittenti, intervalli irregolari: oscurantismo alternato ad illuminismo, un andirivieni senza logica né senso,  un procedere a singhiozzi dell’umanità.

arch. Renato Santoro – Roma 2014

NOTE

[1] Del 15 settembre 1935  sono le “leggi di Norimberga” a salvaguardia della purezza ariana, imitate tre anni dopo anche in Italia: il 14 luglio 1938 viene pubblicato il famigerato “Manifesto della razza”. Ad esso fa seguito, in settembre, la promulgazione della confisca dei beni agli ebrei italiani, con espulsione dalle scuole del regno

[2] Dal filosofo ebreo-tedesco Cassirer al’’antifascista Arturo Toscanini; dagli architetti Mies van der Rohe e Gropius al premio Nobel per la fisica Fermi, sposato con una ebrea; da pittori come Mondrian, Chagall, i  surrealisti  Dalì e Max Ernst ad artisti del cinema, come Otto Preminger e Billy Wilder

[3] Il termine ebraico shoah significa “catastrofe”, “distruzione” ed è usato  correntemente per definire la soluzione finale messa in atto da Hitler

[4] Si veda l’arcano maggiore V,  nei tarocchi di Epinal, raffigurante Jupiter

[5] Cfr. A. Warburg, Il rituale del serpente , ed. Adelphi, Milano 2001, p. 47

[6] L’aforisma nietzscheano, indirizzato al fedele amico Peter Gast, è riportato da K. Jaspers in Ragione ed esistenza, ed. Fabbri, Milano 2001, p. 36

BIBLIOGRAFIA

L. Sacchi, Daniel Libeskind. Museo ebraico, Berlino, ediz. Testo & Immagine, Torino 1998

A. Terragni, Daniel Libeskind. Oltre i muri, ed. Testo & Immagine, Torino 2001

D. Libeskind, Breaking ground, Sperling & Kupfer editori, Torino 2005

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